Il Servizio sanitario nazionale ha quasi cinquant’anni, ma il Paese che oggi assiste non è più quello del 1978. L’invecchiamento della popolazione, l’aumento delle cronicità, la maggiore complessità dei bisogni assistenziali e la carenza di professionisti stanno mettendo sotto pressione un sistema che continua a fondarsi sugli stessi principi di universalità ed equità. Nel frattempo sono cambiate anche le modalità di accesso alle cure, il rapporto tra ospedale e territorio e il carico di lavoro che grava sulla medicina generale. È su questo divario tra una domanda di salute sempre più articolata e una capacità di risposta che fatica ad adeguarsi che si concentra la riflessione di Luigi Galvano, segretario provinciale della Federazione italiana Medici di Medicina Generale (Fimmg) Palermo.
Il Paese è cambiato
“Il Servizio sanitario nazionale non è in crisi perché i suoi principi siano diventati inattuali. Universalità, uguaglianza nell’accesso e solidarietà restano valori fondamentali. Il problema è che bisogni, domanda di salute e complessità assistenziale sono cresciuti molto più rapidamente della nostra capacità organizzativa e professionale. Nel 1978 l’Italia costruì un sistema che legava il diritto alla salute alla cittadinanza e non più alla categoria lavorativa o alla possibilità economica del singolo. Ma quel Servizio sanitario nacque in un Paese molto diverso da quello nel quale lavoriamo oggi”.
“Negli anni ’90 avevamo una popolazione più giovane, meno cronicità e multimorbilità, famiglie con reti assistenziali più solide e una dotazione ospedaliera maggiore. Oggi conviviamo con cronicità, fragilità, disabilità, decadimento cognitivo e bisogni sociosanitari che accompagnano le persone per molti anni. Abbiamo inoltre sperimentato con la pandemia quanto rapidamente una nuova infezione possa incidere sulla mortalità e sull’organizzazione sanitaria, mentre l’antimicrobico-resistenza ci impone un lavoro continuo sulla sorveglianza e sull’appropriatezza prescrittiva”.
“Al 1° gennaio 2026 l’Italia conta circa 58,9 milioni di residenti. La popolazione non è aumentata rispetto al passato, ma è diventata molto più anziana. Nel 2025 la speranza di vita raggiunge 81,7 anni per gli uomini e 85,7 per le donne. È un grande risultato, al quale anche il Servizio sanitario ha contribuito, ma significa assistere per periodi più lunghi persone con patologie multiple e bisogni sempre più complessi. Le proiezioni indicano che nel 2050 gli over 65 potrebbero arrivare al 34,6% della popolazione e gli over 85 al 7,2%. Per questo non possiamo ragionare soltanto in termini di prestazioni, ma dobbiamo prevenire la disabilità, sostenere l’autonomia e integrare davvero sanità e assistenza sociale”.
Le disuguaglianze
“Anche parlare di una sola sanità italiana rischia di nascondere differenze profonde. Nel 2025 la speranza di vita nel Mezzogiorno risulta inferiore di circa un anno e mezzo rispetto al Nord. Distanza dai servizi, reddito, istruzione, disponibilità di personale e competenze digitali incidono sulla possibilità concreta di curarsi. Il diritto può essere uguale sulla carta, ma non sempre lo diventa nella vita quotidiana”.
“Un segnale molto chiaro arriva dalla rinuncia alle cure. Nel 2024 il 9,9% della popolazione ha dichiarato di avere rinunciato a visite o accertamenti, soprattutto per le liste d’attesa e poi per ragioni economiche. È un dato che dovrebbe preoccuparci perché crea una selezione silenziosa tra chi riesce ad aspettare, chi può rivolgersi al privato e chi invece rinuncia. A questo si aggiungono la solitudine degli anziani, la difficoltà economica di molte famiglie, il peso sui caregiver e l’aumento dei problemi psicologici tra i più giovani”.
“Anche la salute mentale mostra la dimensione del cambiamento. Nel 2024 i servizi specialistici hanno seguito 845.516 persone e ne hanno prese in carico 272.497 per la prima volta nell’anno. Sono numeri che descrivono gli utenti entrati nei servizi, non tutto il bisogno presente nella popolazione. Il medico di famiglia intercetta quotidianamente una parte importante di questa fragilità, ma non può affrontarla da solo. Servono psicologi, infermieri, assistenti sociali, servizi comunali e una rete capace di lavorare insieme, senza trasformare automaticamente ogni disagio sociale in un problema esclusivamente medico”.
Ospedale e territorio
“Negli anni abbiamo ridotto i posti letto ospedalieri puntando sull’appropriatezza e sulla deospedalizzazione, ma non sempre abbiamo trasferito la stessa capacità assistenziale sul territorio. Assistenza domiciliare, riabilitazione, cure intermedie, residenzialità, salute mentale e cure palliative non hanno seguito ovunque lo stesso sviluppo. I dati ministeriali relativi al 2022 indicano oltre 203.800 posti letto di degenza ordinaria tra strutture pubbliche e private accreditate, circa tre ogni mille abitanti. La pressione sui pronto soccorso e sui reparti ci mostra però quanto rimanga fragile il passaggio dall’ospedale al territorio”.
“La medicina generale vive la stessa trasformazione. L’ultimo dato nazionale consolidato richiamato nel documento indica circa 38 mila medici di medicina generale nel 2023, con numeri in calo e forti differenze territoriali. Ma fermarsi al numero dei medici sarebbe riduttivo. Sono aumentati gli assistiti, la cronicità, le fragilità, gli adempimenti amministrativi, le richieste digitali e tutto quel lavoro di coordinamento che spesso nessuno vede. Mail, messaggi e piattaforme possono migliorare il rapporto con il cittadino, ma soltanto se definiamo regole, strumenti tracciabili e tempi di risposta sostenibili. Altrimenti l’accessibilità diventa disponibilità permanente e il lavoro dello studio continua la sera e dentro casa”.
“Quando valutiamo il lavoro di un medico di famiglia dobbiamo quindi considerare molto più delle ore di apertura dello studio. Ci sono le visite domiciliari, la prevenzione, la gestione delle malattie croniche, i referti, i rinnovi terapeutici, le certificazioni, le prescrizioni, il rapporto con gli specialisti e con gli altri servizi, gli adempimenti digitali e le comunicazioni con i pazienti. Non possiamo continuare a misurare questa attività guardando soltanto il tempo trascorso davanti al paziente”.
Le Case della Comunità
“La riforma territoriale non comincia con il PNRR. Le Aggregazioni funzionali territoriali e le forme organizzative multiprofessionali hanno radici precedenti, mentre il DM 77 del 2022 ha definito standard e modelli per Case della Comunità, Centrali operative territoriali, Ospedali di Comunità, assistenza domiciliare, cure palliative e integrazione professionale. Il PNRR ha dato soprattutto risorse alle strutture, alla tecnologia e agli obiettivi di attivazione”.
“Oggi, però, l’attuazione resta disomogenea. Dove esistevano già esperienze simili alle Case della Salute, il percorso procede con maggiore facilità. Altrove possiamo completare un edificio senza riuscire ancora a garantire servizi, personale, orari e percorsi assistenziali realmente integrati. Per questo non dobbiamo confondere una Casa della Comunità con un poliambulatorio al quale cambiamo insegna. E non possiamo pensare che spostando semplicemente ore di lavoro già esistenti da uno studio a una nuova struttura aumenti automaticamente la capacità del sistema. Senza personale aggiuntivo, supporto amministrativo, sistemi informativi interoperabili e responsabilità chiare rischiamo soltanto di trasferire la carenza da un luogo all’altro”.
“Il lavoro solitario, del resto, non risponde più alla complessità dei bisogni. Abbiamo bisogno di équipe vere, nelle quali il medico possa contare stabilmente su infermieri di famiglia e comunità, amministrativi, assistenti sociali, case manager e, dove necessario, psicologi e altre professionalità. Questo modello non toglie al medico di famiglia il rapporto fiduciario con il paziente, ma gli consente di concentrarsi su ciò che richiede realmente una decisione clinica, affidando le altre attività alle competenze più appropriate”.
Risorse e lavoro
“Non possiamo assistere una delle popolazioni più anziane del mondo immaginando di farlo con meno professionisti o limitandoci a redistribuire quelli che abbiamo. Un cambiamento contrattuale, da solo, non crea medici, infermieri, amministrativi o assistenti sociali. La metafora resta molto semplice: con la stoffa sufficiente per cucire un paio di guanti non possiamo confezionare un cappotto, comunque decidiamo di tagliarla”.
“Allo stesso tempo, mettere più risorse senza costruire un governo efficace non basta. Dobbiamo definire popolazioni di riferimento, funzioni, responsabilità, procedure condivise e indicatori capaci di dirci dove il sistema funziona e dove dobbiamo correggerlo. Il vero investimento non riguarda soltanto il singolo professionista, ma la capacità di mettere professionisti diversi nelle condizioni di lavorare come una rete”.
“Anche il confronto tra convenzione e dipendenza dovrebbe uscire dagli slogan. Qualunque modello scegliamo va giudicato sulla capacità di reclutare professionisti, garantire continuità fiduciaria, tutelare l’autonomia clinica, assicurare la copertura assistenziale e rendere sostenibile il lavoro. Una quota capitaria che tenga conto del rischio e della complessità degli assistiti, insieme a risorse certe per il personale di studio e a incentivi collegati ai risultati dell’équipe, può rappresentare una strada da valutare, ma dobbiamo verificarla con dati economici trasparenti e non presentarla come una soluzione già dimostrata”.
“C’è poi un problema che riguarda il futuro stesso della professione. Se costruiamo modelli sulla disponibilità continua, sul lavoro serale non riconosciuto e sulla sovrapposizione indiscriminata tra attività fiduciaria e attività oraria, aumentiamo burnout e abbandono. Rendiamo inoltre la medicina generale meno attrattiva per i giovani e penalizziamo maggiormente chi sostiene anche carichi familiari e di cura. Non possiamo affrontare una carenza di professionisti creando condizioni di lavoro che spingano altri professionisti ad andarsene”.
Un modello possibile
“Possiamo anche provare a ragionare su dimensioni concrete. Per una popolazione di circa 20 mila assistiti si può discutere, come ipotesi organizzativa e non come standard nazionale, di un nucleo composto da circa 16 medici di medicina generale, 10 infermieri di famiglia e comunità, sei amministrativi, due case manager, almeno un assistente sociale e una quota modulabile di psicologi e altre professionalità. Naturalmente dobbiamo adattare i numeri all’età della popolazione, alla presenza di cronicità, alla deprivazione sociale, alla dispersione geografica e alla disponibilità degli altri servizi”.
“È questo il punto centrale. Il Servizio sanitario conserva principi dei quali abbiamo ancora bisogno, ma non possiamo affidare l’universalità soltanto alla dedizione di chi ci lavora. Dobbiamo passare dalle strutture ai servizi, dall’accesso occasionale alla presa in carico, dal professionista isolato all’équipe e da una comunicazione incontrollata a canali organizzati. Servono risorse adeguate a ciò che chiediamo al sistema, ma servono anche coordinamento, responsabilità e capacità di correggere ciò che non funziona”.
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