Un’analisi condotta da Robert Walters Italia mette a confronto le aspettative dei lavoratori italiani con le politiche adottate dalle aziende in materia di lavoro da remoto. Otto professionisti su dieci non rinuncerebbero ai propri giorni di flessibilità, mentre solo l’1% delle imprese prevede di ampliarla nei prossimi mesi
Quasi otto lavoratori su dieci cambierebbero occupazione se la propria azienda eliminasse improvvisamente il lavoro da remoto o le politiche di flessibilità già in vigore.
È quanto emerge dal sondaggio condotto da Robert Walters Italia su un campione di professionisti altamente qualificati, distribuiti in otto settori differenti, dal bancario-assicurativo all’engineering, dalla consulenza legale alla tecnologia.
Un dato che si scontra con un’altra percentuale, complementare e più preoccupante per chi gestisce le risorse umane: appena l’1% degli intervistati ritiene che la propria azienda amplierà le politiche di flessibilità nei prossimi mesi, mentre il 74% si aspetta che restino invariate e un ulteriore 25% ne prevede una riduzione.
Una diffusione ancora parziale, ma difficile da invertire
Il telelavoro in Italia resta un fenomeno recente. Quindici anni fa soltanto il 2% degli occupati aveva la possibilità di svolgere le proprie mansioni da casa; alla vigilia della pandemia la quota si attestava ancora intorno al 3,5%.
Secondo l’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, nel 2024 sono stati circa 3,5 milioni i lavoratori italiani che ne hanno beneficiato almeno in parte: una crescita netta rispetto al periodo pre-2020, che riguarda tuttavia ancora una minoranza della forza lavoro complessiva, concentrata nei servizi ad alta qualificazione e nelle grandi imprese.
Tra chi oggi lavora da remoto, solo 2 professionisti su 10 ne usufruivano già prima del 2020 e chi lo faceva poteva farlo per un massimo di due giorni a settimana nell’80% dei casi.
Il resto ha acquisito questa modalità durante o dopo la crisi sanitaria, un dettaglio che aiuta a spiegare perché la flessibilità venga oggi percepita, più che come un beneficio accessorio, come un elemento strutturale del rapporto di lavoro.
L’asimmetria tra domanda dei lavoratori e offerta delle aziende
I dati del sondaggio restituiscono un quadro in cui domanda e offerta si muovono in direzioni opposte. Il 52% dei professionisti che lavorano da remoto vorrebbe aumentare i propri giorni fuori ufficio, e il 48% chiede maggiore flessibilità oraria.
Sul fronte aziendale, solo il 29% dichiara che il proprio datore di lavoro ha ampliato le politiche di remote working dal 2022 a oggi; per il 39% la disponibilità è invece diminuita nello stesso periodo.
Buona parte dei lavoratori conserva comunque un margine di autonomia nella gestione quotidiana: il 78% può decidere quali giorni lavorare da remoto entro i limiti fissati dall’azienda, e il 61% non deve nemmeno avvisare i superiori in anticipo.
Resta però un vincolo ricorrente: il lunedì è la giornata che le politiche aziendali tendono a limitare con maggiore frequenza, indicata dal 44% degli intervistati come il giorno più difficile da ottenere in modalità remota.
Il formato più richiesto resta un modello ibrido con due giorni da remoto e tre in presenza, indicato dal 33% del campione come combinazione preferita.
Interpellati su quale beneficio non sarebbero disposti a cedere, il 59% ha scelto il lavoro da remoto contro il 41% che ha indicato la flessibilità oraria; un’inversione rispetto a quanto spesso raccontato nel dibattito pubblico, dove la seconda viene talvolta presentata come priorità dominante.
Il nodo della relazione con i manager
Oltre alla disponibilità di giorni, il sondaggio mette a fuoco un secondo terreno di frizione: la qualità della relazione tra dipendenti e responsabili diretti.
Il 76% dei professionisti intervistati si dichiara poco o per nulla supportato dal proprio manager, e l’83% prenderebbe in considerazione un cambio di lavoro se questa relazione non migliorasse; una quota superiore persino a quella collegata alla sola perdita della flessibilità.
Chi gestisce team a distanza segnala problemi di comunicazione (73%), un progressivo distanziamento dai collaboratori (52%) e difficoltà nella valutazione delle performance (42%) come gli ostacoli più comuni nella gestione quotidiana.
Il 72% degli intervistati afferma inoltre che il proprio superiore lavora da remoto meno di loro, un’asimmetria che può alimentare percezioni di disparità nell’accesso alla flessibilità lungo la linea gerarchica.
Cosa sono disposti a cedere i lavoratori
Il legame tra flessibilità e retribuzione emerge con chiarezza in un’altra sezione del sondaggio: il 46% dei professionisti accetterebbe uno stipendio più basso pur di ottenere maggiore lavoro da remoto o maggiore flessibilità oraria, e l’80% di questi sarebbe disposto a una riduzione fino al 10% della propria fascia salariale.
Al tempo stesso, il 46% ritiene che lavorare da casa abbia inciso negativamente sulla propria visibilità interna e sulle prospettive di crescita in azienda; un timore che convive, senza risolversi apertamente, con la richiesta di più giorni fuori sede.
Perché il lavoro in presenza torni ad avere un valore percepito, gli intervistati indicano priorità precise: relazioni di qualità con i colleghi, un rapporto più solido con i superiori e una migliore comprensione del business complessivo dell’azienda.
Aspetti che, secondo Robert Walters Italia, richiedono alle imprese di superare un approccio focalizzato sul mezzo – la sede fisica o remota del lavoro – per concentrarsi piuttosto sugli obiettivi di performance, sviluppo e coinvolgimento dei dipendenti.
Una ricalibrazione, non un ritorno al passato
L’atteggiamento di alcune aziende, che stanno riducendo drasticamente le politiche di flessibilità dopo averle sostenute pubblicamente, riflette in buona parte una perdita di fiducia dei manager verso i propri collaboratori, più che un ripensamento strategico maturo.
Le organizzazioni che hanno gestito la transizione in modo graduale, mantenendo un modello ibrido strutturato, come due giornate settimanali di smart working, tendono invece a registrare un equilibrio più stabile tra autonomia dei dipendenti e presenza fisica.
Il tema della produttività resta comunque aperto. Tra il 2014 e il 2023 la produttività del lavoro in Italia è cresciuta in media dello 0,5% l’anno, contro l’1,1% registrato a livello europeo, con una flessione del 2,5% nel solo 2023.
Attribuire questo divario al lavoro da remoto sarebbe una semplificazione: la produttività dipende da tecnologia, formazione e organizzazione aziendale, e nessuna evidenza disponibile consente di isolare l’effetto della modalità di lavoro dagli altri fattori in gioco.
Per il mercato italiano, la questione che si profila nei prossimi anni riguarda meno la sopravvivenza del lavoro da remoto in sé, quanto la capacità delle aziende di renderlo sostenibile dal punto di vista organizzativo, proprio mentre la competizione per i talenti qualificati è destinata a intensificarsi nuovamente.
Crediti immagine: Depositphotos
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