Taranto, 9 settembre 2026 – Il problema dell’ex Ilva non è più soltanto decidere se e come continuare a produrre acciaio a Taranto. La questione economica è diventata più profonda: chi finanzierà la transizione industriale, quanto capitale sarà necessario per attraversarla e quale soggetto sarà disposto ad assumersi il rischio di un impianto che deve contemporaneamente produrre, decarbonizzare e affrontare vincoli ambientali e giudiziari.
È in questo quadro che si muove la crisi di Acciaierie d’Italia, arrivata a uno dei passaggi più delicati degli ultimi anni. Le procedure di licenziamento collettivo avviate dalle imprese dell’indotto e potenzialmente relative a oltre 2.500 lavoratori sono state sospese dopo l’intervento del Governo. Ma si tratta di una tregua legata anche all’esito della partita giudiziaria sull’area a caldo, che la Corte d’Appello di Milano ha disposto di fermare entro la fine di ottobre.
La novità politica più rilevante è arrivata invece da Palazzo Chigi: il Governo non esclude una partecipazione pubblica nella futura società, a condizione che venga presentato un piano industriale giudicato solido e credibile. È un passaggio che cambia almeno in parte la prospettiva della vertenza. Dopo anni trascorsi alla ricerca di un investitore privato capace di assumere il controllo degli stabilimenti, lo Stato torna a presentarsi non soltanto come regolatore e finanziatore della gestione transitoria, ma potenzialmente anche come azionista del nuovo progetto industriale.
Il vero problema economico dell’ex Ilva è la scala produttiva
I numeri aiutano a capire perché trovare un compratore sia così difficile. Nel 2025 la produzione dell’ex Ilva si è fermata a circa 2 milioni di tonnellate di acciaio. A febbraio, nella richiesta di proroga della cassa integrazione, il livello produttivo veniva stimato tra 1,5 e 1,8 milioni di tonnellate annue, una quantità indicata come insufficiente a coprire i costi fissi dell’azienda. Per il 2026 è stata chiesta la proroga della Cigs per un massimo di 4.450 lavoratori, dei quali 3.803 a Taranto.
Questo è il cuore economico della vertenza. Una grande acciaieria integrata sopporta costi industriali, energetici, manutentivi e occupazionali enormi. Se la produzione scende molto al di sotto della capacità degli impianti, quei costi vengono distribuiti su un numero inferiore di tonnellate prodotte. Il risultato è una struttura economicamente sempre più difficile da sostenere.
L’amministrazione straordinaria aveva puntato a riportare Taranto verso una capacità di 4 milioni di tonnellate annue, dopo aver destinato dal febbraio 2024 oltre 997 milioni di euro a manutenzione e investimenti industriali. Ma la successiva decisione della Corte d’Appello sull’area a caldo ha nuovamente modificato il quadro operativo e, soprattutto, quello valutato dai potenziali investitori.
In altre parole, non basta trovare qualcuno disposto a comprare l’ex Ilva. Serve un investitore disposto ad acquistare un gruppo mentre la sua tecnologia produttiva storica deve essere progressivamente sostituita.
Il paradosso dell’acciaio italiano
La crisi di Taranto arriva, peraltro, mentre la siderurgia italiana nel suo complesso mostra numeri differenti. Nel 2025 l’Italia ha prodotto 20,7 milioni di tonnellate di acciaio, il 3,6% in più rispetto al 2024. Nel primo semestre del 2026 la produzione nazionale è salita ancora del 3,5%, raggiungendo 11,5 milioni di tonnellate.
Dietro il dato generale, però, si apre una frattura significativa. Nei primi sei mesi del 2026 i prodotti piani sono scesi del 5,4%, a 4,6 milioni di tonnellate, mentre i prodotti lunghi sono cresciuti del 7,8%.
È uno dei motivi per cui la questione ex Ilva supera i confini di Taranto. Il problema non riguarda soltanto la quantità complessiva di acciaio prodotto in Italia, ma la composizione dell’offerta nazionale e la capacità del sistema industriale di disporre delle produzioni necessarie alle filiere manifatturiere.
Federacciai indica per il settore siderurgico italiano oltre 70mila addetti e una produzione che colloca il Paese al secondo posto in Europa, dopo la Germania. L’ex Ilva resta quindi dentro una filiera che comprende trasformazione dei metalli, meccanica e altri grandi comparti industriali.
Dai soldi per sopravvivere ai capitali per trasformarsi
Qui la crisi finanziaria incontra quella industriale. Negli ultimi anni le risorse pubbliche hanno consentito soprattutto di mantenere operativo il gruppo, finanziare manutenzioni e accompagnare l’amministrazione straordinaria. A luglio il Governo ha autorizzato anche un finanziamento da 100,5 milioni di euro per il 2026, sotto forma di prestito oneroso, destinato alla continuità operativa del comparto a freddo nella fase di vendita.
Ma tenere in vita gli impianti e costruire la nuova Ilva sono due operazioni economicamente diverse.
La linea indicata dal Governo è ormai quella della decarbonizzazione attraverso forni elettrici alimentati con Dri, il ferro preridotto. La questione decisiva diventa quindi la struttura finanziaria dell’operazione: quanto investiranno i privati, quale quota di rischio resterà allo Stato, chi finanzierà gli impianti e in quanto tempo il nuovo ciclo produttivo potrà raggiungere volumi sufficienti a reggere economicamente.
Il rischio, nella fase di transizione, è evidente: spendere risorse per mantenere la continuità produttiva mentre contemporaneamente servono capitali per sostituire proprio la tecnologia sulla quale quella produzione continua ancora a poggiare.
La cordata italiana e il problema di chi si prende il rischio
Una possibile risposta sta prendendo forma intorno alla cordata italiana coordinata da Federacciai. Al primo gruppo di 14 produttori siderurgici interessati si è aggiunta Eusider, uno dei maggiori trasformatori italiani di prodotti piani, che consuma oltre un milione di tonnellate all’anno tra coils e lamiere.
Ma una manifestazione di interesse non equivale ancora a un investimento. L’ipotesi emersa è quella di una newco partecipata dalle imprese interessate, subordinata però alla verifica delle condizioni dell’operazione e a una distribuzione sostenibile di rischi e responsabilità.
È probabilmente questo il punto economico intorno al quale ruoteranno i prossimi mesi. Per un investitore, il valore degli stabilimenti non può essere separato dai costi della riconversione, dai rischi ambientali, dall’occupazione da garantire e dall’incertezza sui tempi della transizione. Per lo Stato, al contrario, lasciare deteriorare ulteriormente il complesso industriale significa aumentare contemporaneamente il costo sociale, quello occupazionale e quello necessario per mantenere in sicurezza gli impianti.
Da qui l’apertura del Governo a una presenza pubblica. Non significa ancora nazionalizzazione e non esiste, allo stato, un impegno definitivo sull’entità dell’eventuale partecipazione. Ma politicamente segna la presa d’atto che il mercato, da solo, finora non ha prodotto una soluzione sufficientemente stabile.
I 2.500 licenziamenti sono il primo segnale economico della crisi
La vicenda dell’indotto mostra quanto rapidamente la crisi industriale possa trasferirsi sull’economia reale di Taranto. Ventotto imprese associate ad Aigi avevano avviato procedure di licenziamento collettivo per oltre 2.500 addetti, motivando la scelta con la prospettiva di chiusura dell’area a caldo. Dopo il tavolo a Palazzo Chigi, le associazioni hanno accettato la richiesta del Governo di sospendere temporaneamente le procedure.
Il congelamento evita per ora l’impatto immediato, ma non modifica la causa economica che ha prodotto quelle lettere: le imprese dell’appalto dipendono dalla quantità di attività industriale generata dallo stabilimento. Se la produzione si riduce o gli impianti si fermano, la domanda di manutenzione, servizi e lavorazioni esterne si contrae di conseguenza.
Per questo la questione occupazionale non può essere separata dal piano industriale. Conservare formalmente i posti senza ricostruire una produzione economicamente sostenibile rinvia il problema; ridurre drasticamente l’occupazione senza una strategia alternativa trasferisce invece il costo della ristrutturazione sulle famiglie e sull’intera economia territoriale.
La scelta politica: quanto Stato nell’acciaio
La vertenza ex Ilva sta quindi diventando un test di politica industriale nazionale. Per anni l’obiettivo dichiarato è stato riportare gli stabilimenti sotto il controllo di un grande operatore privato. Oggi la discussione si sta spostando verso un modello nel quale capitale privato e presenza pubblica potrebbero convivere.
Palazzo Chigi ha chiarito che saranno necessari ancora un paio di mesi perché si completi la fase di presentazione e valutazione delle offerte, seguita dalla trattativa. Nel frattempo resterà operativa l’amministrazione straordinaria.
Il tempo, però, è diventato una variabile economica. Ogni mese di incertezza significa risorse necessarie per la continuità, commesse più fragili per l’indotto e maggiore difficoltà nel programmare investimenti. Allo stesso tempo, accelerare senza avere certezza sulla sostenibilità ambientale e finanziaria del progetto rischierebbe di riprodurre errori già visti nella lunga storia del siderurgico.
La partita dell’ex Ilva si gioca dunque su un equilibrio molto più complesso della contrapposizione tra apertura e chiusura. Produrre acciaio a Taranto significa oggi costruire contemporaneamente una nuova tecnologia produttiva, una nuova struttura finanziaria e un nuovo rapporto tra Stato e industria privata.
Ed è proprio qui che si misura il passaggio politico più importante. Il Governo può ancora trovare un investitore, sostenere una cordata nazionale o entrare direttamente nel capitale. Ma qualunque soluzione dovrà rispondere alla stessa domanda: non soltanto come evitare la chiusura oggi, ma come rendere l’ex Ilva industrialmente sostenibile quando finirà la fase dei prestiti ponte e delle gestioni d’emergenza.
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