Dipendente ministeriale scoperto a lavorare nel negozio di famiglia durante i permessi per la 104: le conseguenze


Tre giorni al mese, per dieci mesi di fila, non a fianco del suocero disabile ma dietro al bancone della copisteria di famiglia. È questa la vicenda che ha portato un impiegato del ministero della Difesa a Roma davanti alla procura, con l’accusa di truffa aggravata ai danni dello Stato. Un caso che riaccende i riflettori su uno dei nervi scoperti del welfare italiano: l’uso improprio dei permessi retribuiti previsti dalla legge 104, pagati in ultima istanza da chi i contributi li versa davvero.

Come è nata l’inchiesta, cosa contesta la procura e la sanzione ancora da decidere

Tutto parte da una voce di corridoio. L’uomo, un cinquantanovenne assistente amministrativo assegnato all’Ufficio di stato maggiore della Marina, usava da tempo i permessi della 104 dichiarando di dover assistere in modo esclusivo e continuativo il suocero, riconosciuto portatore di handicap grave. Sul lavoro, però, qualcuno aveva notato una coincidenza sospetta: le assenze coincidevano con i giorni di apertura del negozio di famiglia, una copisteria nel quartiere Prati di cui il dipendente risulta comproprietario.

Sono stati proprio i colleghi d’ufficio a far filtrare il sospetto fino al comandante di stato maggiore, segnalando che l’assenza per assistenza familiare nascondesse in realtà una seconda occupazione. Da lì è partita una verifica interna, poi affidata ai carabinieri, che hanno incrociato le giornate di permesso richieste con l’effettiva presenza dell’uomo nel negozio. Il riscontro, secondo chi ha condotto gli accertamenti, è arrivato quasi subito.

Secondo la ricostruzione del pubblico ministero, tra maggio 2019 e febbraio 2020 il dipendente avrebbe utilizzato i permessi 104 per almeno tre giornate al mese, dichiarando il falso sulla necessità di assistere il suocero in modo esclusivo nei giorni richiesti. In questo modo avrebbe ottenuto un vantaggio economico indebito a spese del ministero e dell’Inps, che finanzia in via figurativa la contribuzione legata a questi permessi. Per la procura si tratterebbe di un disegno ripetuto nel tempo, non di un episodio isolato: motivo per cui è stata chiesta la richiesta di rinvio a giudizio per truffa aggravata.

Le conseguenze, nel frattempo, sono già arrivate sul piano amministrativo: i permessi sono stati sospesi. Sul piano giudiziario, invece, l’uomo rischia ora un processo penale vero e proprio; su quello lavorativo, il licenziamento per giusta causa, ipotesi tutt’altro che remota quando un dipendente pubblico viene formalmente accusato di aver falsificato le condizioni per accedere a un beneficio retribuito.

Perché non è un caso isolato e cosa rischia davvero chi abusa della legge 1014

Storie come questa non sono rare. Negli ultimi anni diverse inchieste, dalle forze dell’ordine ai ministeri fino alle aziende private, hanno portato alla luce dipendenti che sfruttavano i permessi legge 104 per fare la spesa, andare in vacanza, lavorare in nero o gestire un’attività di famiglia. Il meccanismo che rende possibili questi abusi è quasi sempre lo stesso:

  • il lavoratore dichiara di dover garantire un’assistenza “esclusiva e continuativa” al familiare disabile nei giorni richiesti;
  • l’azienda o l’amministrazione, salvo controlli mirati, non ha strumenti immediati per verificare dove si trovi realmente il dipendente in quelle ore;
  • il permesso, essendo retribuito e coperto da contribuzione figurativa ai fini pensionistici, genera un costo diretto per il datore di lavoro e per l’Inps;
  • la scoperta arriva quasi sempre per via indiretta, tramite segnalazioni di colleghi, controlli casuali o indagini avviate per altri motivi.

L’uso improprio dei permessi non è un’irregolarità amministrativa da poco: la giurisprudenza è ormai consolidata nel qualificarlo come reato di truffa, procedibile anche d’ufficio quando a essere danneggiato è l’Inps, senza che serva una denuncia formale dell’azienda. Chi viene scoperto si trova esposto su più fronti contemporaneamente:

  • sanzione disciplinare, fino al licenziamento per giusta causa, anche per un singolo episodio se ritenuto sufficientemente grave;
  • restituzione delle somme percepite indebitamente, comprese le indennità e i contributi figurativi accreditati;
  • procedimento penale per truffa aggravata ai danni dello Stato, con possibili conseguenze anche sulla fedina penale;
  • perdita del diritto ai permessi futuri, anche per esigenze di assistenza reali che potrebbero presentarsi in seguito.

Va ricordato che la legge 104 resta uno strumento di tutela fondamentale per milioni di famiglie italiane che assistono davvero un familiare con disabilità grave: il permesso mensile retribuito nasce proprio per garantire continuità di cura senza far ricadere sul lavoratore il peso economico dell’assenza. È proprio per questo che i casi di abuso, quando emergono, generano un doppio danno: colpiscono le casse pubbliche e, indirettamente, alimentano sospetto e controlli più rigidi su chi utilizza il beneficio in modo corretto.

Non è un caso che negli ultimi anni siano aumentati i controlli incrociati tra Inps, datori di lavoro e, nei casi più delicati, forze dell’ordine. Le aziende, pubbliche e private, possono legittimamente avviare verifiche investigative quando hanno il sospetto fondato che un dipendente stia utilizzando i permessi per finalità diverse da quelle previste dalla legge: pedinamenti, testimonianze di colleghi e riscontri documentali sono ammessi come prova, proprio perché la giurisprudenza li considera controlli su una possibile infedeltà del lavoratore, non una violazione della privacy.

Dott.ssa Marianna Bassetti

La Dott.ssa Marianna Bassetti è una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si è specializzata nell’analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennità…


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