L’assemblea dei lavoratori delle imprese appaltatrici e dell’indotto a Taranto apre la nuova settimana per l’ex Ilva. E poi martedì si attende il vertice tra Governo e sindacati a Palazzo Chigi. Dalle 7 alle 9 di domani, i lavoratori terzi, presenti le sigle sindacali, terranno un’assemblea davanti alla portineria imprese del siderurgico per valutare la loro situazione alla luce dell’ordinanza di venerdì della Corte d’Appello di Milano che ha confermato che l’area a caldo del siderurgico si spegne a fine ottobre. Si spegne perché i magistrati la ritengono nociva per la salute a causa delle emissioni di polveri sottili – PM 2,5 e PM 10 – e della presenza di amianto negli altiforni. Gli impianti quindi si fermano e tanti lavoratori delle imprese e dell’indotto andranno a casa o verranno licenziati. Perché questa è anche l’area più debole rispetto ai dipendenti diretti ex Ilva, che comunque subiranno anch’essi i contraccolpi della fermata.
Per imprese e indotto, le avvisaglie ci sono già. Appena appreso che i giudici di Milano hanno confermato lo stop, rigettando quindi la richiesta di sospensiva avanzata da Ilva e da Acciaierie d’Italia, Aigi, associazione di imprese, ha rimesso in moto i licenziamenti collettivi che aveva fermato l’8 settembre, dopo il confronto a Palazzo Chigi, in attesa della pronuncia dei giudici. Essendo stata negativa, la procedura è quindi ripartita. Aigi, per conto di 28 aziende associate, aveva annunciato il 4 settembre più di 2.500 licenziamenti collettivi. «Ieri – dice Nicola Convertino, presidente di Aigi – abbiamo tenuto un incontro e confermiamo la nostra posizione sui licenziamenti. Lo abbiamo anche detto ai sindacati. I numeri restano quelli comunicati, ma ai nostri bisogna poi aggiungere quelli di tutte le altre aziende che non ci appartengono. Adesso aspettiamo la convocazione a Roma dal Governo per presentare le nostre proposte, ma purtroppo sta finendo molto male».
E infatti ci sono altri 1.700 lavoratori che appartengono alle imprese rappresentate da Confapi, per i quali l’organizzazione ha già detto che si prospettano licenziamenti collettivi e cassa integrazione. E l’elenco continua con i 200 della Semat Engineering messi in cassa integrazione sino a giugno 2027 essendo state fermate le batterie delle cokerie, con la Semat Sud che ne tiene altri 200 in cassa sino a fine anno ma per cessazione di attività – «e pensare che prima del Covid, Semat aveva circa 500 edili alle dipendenze» rileva Francesco Bardinella della Fillea Cgil -, con la Itelyum-Castiglia per 70 addetti che al porto si occupano dello scarico delle materie prime e con la Peyrani spa – si occupa di manutenzioni – che ha messo in cassa 55 unità.
Tutti questi, messi insieme, sono i primi, evidenti segnali della crisi per le imprese esterne al siderurgico. Ma non è finita. «Per la Semat Engineering – dice Mimmo Amatomaggi della Uilm – abbiamo fatto l’accordo, la cassa è partita lo scorso 1 luglio e il decreto di autorizzazione è arrivato l’altro giorno. Per ora è cassa integrazione, ma, dovendo l’area a caldo chiudere, anche quest’azienda potrebbe magari fare altri ragionamenti e cambiare la causale degli ammortizzatori sociali».
Lavori, riparazioni, manutenzioni, mense, pulizie industriali e civili, forniture, trasporti: l’appalto-indotto abbraccia una gamma di attività e di prestazioni con decine di imprese a servizio dell’ex Ilva. «Siamo di fatto ad un punto di non ritorno che rischia di travolgere migliaia di famiglie. Esiste una fascia di lavoratrici e di lavoratori invisibili, impiegati negli appalti, il cui destino appare oggi drammaticamente legato all’inoperatività degli impianti produttivi – dice la segretaria della Fisascat Cisl, Mariella Vinci -. Non possiamo permettere che la transizione industriale ed ambientale, né che le vicende giudiziarie, ricadano, ancora una volta, sull’anello debole della catena occupazionale. La fermata dell’area a caldo produrrà un effetto domino immediato: senza produzione, crolleranno le commesse ed i servizi accessori gestiti dalle ditte esterne. Chiediamo pertanto chiarezza – sollecita Vinci – sulle tutele occupazionali. Sollecitiamo anche la convocazione immediata di un tavolo di crisi ministeriale che includa le rappresentanze dei lavoratori del terziario e dei servizi oltre a quelle dei dipendenti diretti ex Ilva». «La bomba sociale sta già esplodendo. È per questo che è urgente la convocazione del tavolo a Palazzo Chigi da parte della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che, nonostante gli annunci, non è ancora arrivata», dice Michele De Palma, segretario generale Fiom Cgil, in una intervista al GR Radio 1 Rai. «Serve un piano straordinario di intervento che deve riguardare sia i lavoratori dell’ex Ilva diretti sia i lavoratori degli appalti. Un piano che deve prevedere immediatamente il blocco dei licenziamenti», aggiunge De Palma.
Fari sull’appalto-indotto, dunque, ma non è che per i diretti ex Ilva, che sono poco meno di 10mila di cui un po’ meno di 8mila a Taranto e il resto divisi tra Genova, Novi Ligure, Racconigi e altri siti in Italia, la situazione sia migliore. Anzi. Attualmente Acciaierie d’Italia ha dal ministero del Lavoro un’autorizzazione alla cassa integrazione per 4.500 unità complessive, di cui 3.800 a Taranto. È il tetto massimo utilizzabile, che però non corrisponde all’uso effettivo. A Taranto, per esempio, i cassintegrati, dicono fonti sindacali, sono circa 3.000. Fermando l’area a caldo, è del tutto evidente che questi numeri cresceranno. In che misura non è ancora chiaro, perché dipenderà da diverse cose. Per esempio, da quanti rimarranno comunque in fabbrica di presidio per attività di controllo e di sicurezza, oppure da quanti potranno essere rioccupati nell’area di laminazione – sommariamente indicata come area a freddo – che è a valle di altiforni e acciaierie destinati invece a fermarsi. Area di laminazione che non è soggetta al divieto della Corte d’Appello, ma che ha un problema: presenta diversi impianti fermi che necessitano di essere ripristinati prima di tornare a produrre.
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