Firenze, 6 settembre 2026 – I cacciatori di teste sono al lavoro. La mission è complicata: individuare il nuovo numero uno della multiutility, anche se i soci — cioè i Comuni che contano di più, Firenze e Prato — si riservano la facoltà di muoversi per conto proprio, alla ricerca del profilo giusto. Il nome che dovrebbero sostituire, salvo colpi di scena, è quello di Alberto Irace, sulla graticola ormai da anni perché inviso tanto a un pezzo di Pd a trazione Schlein, quanto a un pezzo di destra, in un’anomala saldatura tra chi normalmente non siede allo stesso tavolo. Ma prima di arrivare al nome nuovo, i soci devono sbrigare una formalità che formalità non è: rimettere mano all’intero consiglio d’amministrazione (attualmente a 10) prima di poter convocare l’assemblea dei soci. Il passaggio è reso più delicato dal fatto che nel frattempo sono cambiati i consigli comunali e i sindaci di riferimento: sarà poi, formalmente, il nuovo Cda a nominare l’Ad.
La parola d’ordine che circola in più ambienti è ‘fare presto’. Perché c’è bisogno di stabilità dentro e fuori la utility, soprattutto adesso. Sullo sfondo tre partite delicatissime: l’acquisto (dopo il sì dei giudici, ancora da ratificare in appello) delle quote dell’acqua dal privato Acque Blu (leggi Acea) per 122 milioni di euro, la nuova veste da dare all’acqua pubblica (una newco tutta da costruire a fronte del braccio di ferro con Acea o una nuova Publiacqua interamente pubblica) e una tariffa dei rifiuti impennata del 6% per maggiori costi non tutti riconosciuti dall’Ato, l’ente regolatore che si è riservato di capire nel dettaglio gli investimenti effettuati.
Ce n’è abbastanza per tornare sui banchi con qualche grattacapo in più e l’agenda in mano.
Ma andiamo per ordine. Perché quella della società di servizi è una delle partite più importanti del capoluogo, che ne è il maggiore azionista e rinviare è sempre un modo per non decidere.
La nuova governance
Dal 2024 la politica — un pezzo di Pd, per la precisione — vuole cambiare la governance di Plures, la vecchia Alia decisa all’epoca dei sindaci Nardella-Biffoni. Da due anni qualcosa la fa slittare. L’ultima assemblea dei soci a giugno ha rimandato ogni decisione al 30 settembre. Ma ad oggi l’assemblea non è stata convocata. In scadenza anche gli organi sociali di Estra, l’altra costola del gruppo che da mesi vive la propria personale partita. Non è un caso nemmeno che Plures abbia chiesto garbatamente — non detenendo la maggioranza di Estra — di far slittare anche l’assemblea di quest’ultima: l’intera galassia dell’energia del gruppo si gioca così sulla stessa casella di calendario, insieme alla ricandidatura di Francesco Macrì, nel frattempo diventato presidente di Leonardo, il colosso partecipato dallo Stato che è il principale gruppo italiano nell’aerospazio, nella difesa e nella sicurezza. Dallo stato maggiore di Estra fanno notare che il tempo non è dalla parte del colosso: se acqua e rifiuti sono a tariffa (mercato regolato), la società è sul mercato libero e i venti di guerra non aiutano. Quindi per mettere mano a Estra, bisognerebbe prima definire l’assetto di Plures. Per settimane al vertice è circolato il nome di Lorenzo Perra come possibile Ad, in sostituzione di Irace. Ipotesi che oggi appare meno che praticabile: l’ex assessore al Bilancio di Palazzo Vecchio, uomo di fiducia della giunta fiorentina e attuale presidente di Plures, sembra piuttosto destinato a restare dov’è.
La domanda che logora da mesi è la stessa: chi comanderà davvero questa multiutility da 2,3 miliardi di ricavi, quando arriverà il momento di sostituire l’uomo che l’ha guidata fin qui e con un orizzonte completamente differente? Dall’addio alla Borsa all’acqua pubblica?
L’anomala saldatura
Per capire cosa si muove sotto la superficie della multiutility bisogna tornare all’autunno ’24, quando Irace si dimitte da direttore generale di Estra denunciando un “clima di crescente conflittualità” e un atteggiamento “ostruzionistico” del consiglio. Ad affossarlo, in primis, Macrì. Ciò che è apparso a tutti anomalo è che, nella stessa partita, si sia mosso anche Stefano Bruzzesi, responsabile enti locali del Pd toscano — area vicina a Elly Schlein. Un paradosso solo apparente: la destra di governo e la sinistra dei territori si sono trovate, per una volta, dalla stessa parte. Meno esposto ma con idee simili il segretario regionale del Pd Emiliano Fossi.
Il caso Estra
Differente lo scenario Estra. Macrì salì alla presidenza grazie a un patto a tre: Nardella, Biffoni, Ghinelli, gli allora sindaci di Firenze, Prato e Arezzo. Un’intesa che oggi è ancora valida? Matteo Biffoni ha storto il naso chiedendo un vertice a tempo pieno, Sara Funaro è rimasta in silenzio, mentre da Arezzo il neo sindaco Marcello Comanducci gioca una partita tutta interna sull’assegnazione delle caselle nelle partecipate. E l’indicazione su un Macrì-bis è già ampiamente passata. Il nome è quello. Come potrebbe restare un Nicola Ciolini come Ad. E salvo ribaltoni non ci dovrebbero essere sorprese anche in virtù dei patti parasociali che legano Siena (dove restano divisi), Arezzo e Prato.
La partita dell’acqua
Mentre le poltrone restano in bilico, il gruppo ha comunque incassato una vittoria che pesa sul piatto industriale. Il Tribunale di Firenze ha dato ragione a Plures nella causa contro Acque Blu Fiorentine, la società controllata da Acea che deteneva il 40% di Publiacqua. Verdetto che porta la partecipazione pubblica al 98% del gestore idrico, dietro un corrispettivo di circa 122 milioni di euro — cifra che discende da una perizia risalente al 2021 e che quindi non tiene conto degli investimenti fatti successivamente e non ancora ammortizzati. Se Acea și sedesse al tavolo la cessione sarebbe una decina di milioni in più, per un colosso ben poca cosa. Ma la società romana ha impugnato la decisione: non le è stata concessa la sospensiva, ma si attende il giudizio di merito in appello.
In assenza di un accordo era stato il presidente di Ait Alessandro Mazzei a indicare la strada. Il primo, lo scenario A prevedeva il riacquisto puro e semplice delle quote; il secondo B, prevede la costituzione di una newco alla quale riaffidare la concessione dell’acqua, ormai in proroga da due anni e con scadenza fissata a gennaio 2027. Saltata di fatto l’ipotesi A – anche se Mazzei accarezza ancora la speranza di un accordo in extremis – , il gruppo deve ora affrontare la costruzione della nuova società. E non c’è tempo da perdere.
Il capitolo soldi
Resta invece sul tavolo la questione finanziaria. Dopo il definitivo abbandono dell’ipotesi di quotazione in Borsa, che ora andrà messo nero su bianco sul nuovo statuto, la società si è rifinanziata sul mercato dei capitali, portando l’indebitamento finanziario netto sopra quota 1,1 miliardi. Un’operazione per la quale è stato necessario passare dal contestassimo cash pooling light, utilizzando la tesoreria condivisa con Estra per accedere al credito bancario. L’esposizione è notevole ma secondo il rating S&P e Fitch, investment grade, il gruppo è solido.
Il no di Ato
Se l’aumento della tariffa ha registrato un corposo +6%, ciò che era rimasto nell’ombra è il dietro le quinte. Il no di Ato a 40 milioni non riconosciuti. L’assemblea dei sindaci il 23 luglio 2026 ha approvato a maggioranza la nuova tariffa rifiuti. In particolare si tratterebbe di un +4% di costi vivi e di un 2% di conguagli rimasti bloccati ante 2021, prima cioè che l’autorità d’ambito affidasse a Alia (ora Plures) il servizio. Quel ritardo – secondo quanto emerge – avrebbe generato uno stock di crediti mai smaltiti. Ma ciò che è attualmente al centro della discussione sono i 40 milioni che Ato non ha riconosciuto su tutti gli investimenti ’25-’27 (tra questi il biodigestore di Montespertoli per cui Plures aveva già fatto istanza di riequilibrio) in quanto ritenuti non verificabili oppure non preventivamente approvati. Allo stato quindi i costi e gli investimenti non riconosciuti restano a carico di Plures e non ricadono sugli utenti. In assenza di riconoscimento diminuiscono quindi i ricavi, ma se non hai ricavi non puoi coprire i costi. Costi sì ma di un servizio pubblico. Non poca cosa.
Bisognerà aspettare il Piano d’ambito che doveva essere realizzato sei mesi dopo il Piano regionale dei rifiuti. Ma ancora non è pronto. La data da segnare in agenda è il 30 ottobre. Salvo ulteriore slittamenti che a queste latitudini sembra una costante.
La crociata Bambagioni
C’è poi un fronte che va avanti indipendentemente dal calendario delle assemblee, ed è ormai la costante di ogni capitolo Plures: quello di Paolo Bambagioni, consigliere della Lista civica Eike Schmidt e presidente della Commissione Controllo di Palazzo Vecchio. Un ex Pd, deluso dalla sinistra, passato all’opposizione che – sembra – accarezzi sia l’idea di aver un ruolo nella multiutility che di essere il nuovo avversario del Funaro-bis.
Bambagioni contesta non la ripubblicizzazione in sé, ma la gestione economico-finanziaria di Plures: ha portato alla luce il bilancio 2025 ritirato per l’errore da 58 milioni (“un unicum”), i rilievi Ato sui costi rifiuti non validabili, le consulenze giudicate inammissibili. Sul fronte critico anche Dmitrij Palagi (Sinistra Progetto Comune) con una posizione centrata sulla natura pubblica del servizio. Il suo bersaglio non è la contabilità in sé ma l’architettura della ripubblicizzazione.
Insomma il calendario corre veloce e stavolta l’opzione di non scegliere sarebbe la peggiore.
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