Non cammino bene. Ma se parte la musica, ballo


Piazza Testaccio, Roma. Accade ormai quasi ogni giorno. Parte la musica, Pasquale Iannotta mostra i passi delle sue coreografie e la piazza comincia lentamente a riempirsi. Molti ballerini hanno superato da tempo l’età delle discoteche, almeno secondo la carta d’identità. Qualche volta si aggiungono anche giovani e bambini.

Tutto è cominciato con Pasquale, maestro di ballo di 70 anni, ed Elisa Fava, la sua storica allieva di 79. Un video nel quale danzavano sulle note di Beat It di Michael Jackson è diventato virale, ma i due protagonisti non sono rimasti soli a lungo. Intorno a loro si sono raccolte decine di persone: alcune arrivano appositamente da altri quartieri, altre stavano attraversando la piazza, si sono fermate a guardare e alla fine hanno deciso di provare.

Non bisogna essere ballerini, avere un partner o conoscere la coreografia. Si osserva chi sta davanti, si cerca di seguirne i movimenti e, quando si perde un passo, si riparte da quello successivo. In una delle trasferte sul pontile di Ostia, i partecipanti hanno superato quota sessanta.

Il fenomeno è diventato così popolare che Pasquale ed Elisa hanno lanciato un appello a Milly Carlucci per portare il loro ballo di strada a Ballando con le stelle. Ma il risultato più interessante lo hanno già ottenuto: convincere tante persone anziane a uscire di casa, incontrarsi e muoversi insieme.

Quella di Testaccio non è una terapia. Eppure, osservando quella piazza, si capisce perché la danza interessi sempre di più anche la medicina e la riabilitazione.

Quando invecchiamo non cambiano soltanto i muscoli

Con l’avanzare dell’età possono diminuire forza muscolare, elasticità, mobilità articolare e velocità dei riflessi. Anche vista, udito e sensibilità dei piedi possono fornire informazioni meno precise sulla posizione del corpo nello spazio.

Il cervello deve quindi lavorare di più per compiere azioni che un tempo erano quasi automatiche. Camminare mentre si parla, cambiare direzione, evitare un ostacolo o voltarsi quando qualcuno ci chiama possono diventare compiti più impegnativi.

La paura di cadere può complicare ulteriormente la situazione. Per sentirsi più sicuri si accorciano i passi, si rallenta e si irrigidisce il corpo. Ma muoversi sempre meno indebolisce ulteriormente i muscoli e riduce la capacità di recuperare l’equilibrio. Si crea così un circolo vizioso: ho paura di cadere, quindi mi muovo meno; mi muovo meno, quindi divento più fragile e ho ancora più paura.

Ballare interviene contemporaneamente su molte di queste funzioni. Richiede di spostare il peso da una gamba all’altra, mantenere il controllo del tronco, coordinare braccia e gambe, orientarsi nello spazio e adattare il movimento a un ritmo.

La coreografia, inoltre, obbliga a ricordare una sequenza, anticipare il passo successivo e correggersi quando si commette un errore. Il corpo si allena, ma il cervello non rimane certamente a guardare.

Camminare e ballare non sono la stessa cosa

Camminare sembra un gesto semplice, ma richiede una complessa collaborazione tra corteccia cerebrale, gangli della base, cervelletto, midollo spinale, sistema vestibolare, vista e sensibilità propriocettiva.

Il cervello deve decidere di partire, organizzare la sequenza, regolare la lunghezza del passo, mantenere l’equilibrio e correggere continuamente il movimento in base al terreno e agli ostacoli.

Quando balliamo si aggiunge un elemento fondamentale: il ritmo esterno. La musica fornisce una successione temporale prevedibile e il cervello tende spontaneamente ad anticipare la battuta successiva. Le aree uditive comunicano con quelle premotorie e con il cervelletto, contribuendo a preparare e sincronizzare il gesto.

In un certo senso, la musica presta al movimento un orologio. Indica quando partire, quanto deve durare un passo e quando iniziare quello successivo.

È un aiuto utile per tutti, ma può diventare particolarmente interessante quando i meccanismi interni che regolano il movimento funzionano con maggiore difficoltà.

Nel Parkinson il passo può perdere il suo automatismo

Nella malattia di Parkinson si riducono progressivamente i neuroni che producono dopamina, una sostanza fondamentale per il funzionamento dei circuiti dei gangli della base.

Questi circuiti partecipano alla scelta, all’avvio e all’automatizzazione dei movimenti. Sono tra i sistemi che ci consentono di camminare senza dover pensare separatamente a ogni passaggio: sollevare il piede, portarlo avanti, appoggiare il tallone, trasferire il peso e muovere l’altra gamba.

Quando il sistema dopaminergico è compromesso, il movimento non scompare necessariamente, ma può diventare più lento, meno ampio e soprattutto più difficile da avviare e mantenere in maniera automatica.

Può comparire il freezing of gait, il cosiddetto congelamento della marcia. La persona vuole avanzare, sa perfettamente che cosa deve fare e potrebbe avere ancora una forza muscolare sufficiente, ma i piedi sembrano improvvisamente incollati al pavimento.

Il blocco si presenta più spesso quando bisogna partire, attraversare una porta, cambiare direzione, affrontare uno spazio affollato oppure camminare mentre si presta attenzione a qualcos’altro.

Perché il ritmo può sbloccare il movimento

Un segnale esterno può aiutare il cervello a organizzare diversamente il gesto. A volte è sufficiente seguire delle linee tracciate sul pavimento, contare i passi ad alta voce o ascoltare una successione regolare di suoni.

La stimolazione uditiva ritmica offre una struttura temporale alla quale sincronizzare il passo. Non ripara i circuiti danneggiati e non fa scomparire la malattia, ma può reclutare altre reti cerebrali coinvolte nella preparazione e nel controllo del movimento.

Gli studi hanno rilevato possibili miglioramenti nella velocità del cammino, nella lunghezza del passo, nella mobilità e, in alcuni casi, nell’equilibrio. Gli effetti, però, variano da persona a persona e dipendono dal tipo di disturbo, dalla fase della malattia e dalle caratteristiche dello stimolo utilizzato.

La musica deve essere scelta e regolata con attenzione. Un ritmo troppo veloce o complesso può aumentare l’instabilità anziché ridurla. Per chi presenta importanti problemi di equilibrio o un elevato rischio di caduta, l’attività deve essere adattata e svolta con la guida di professionisti preparati.

Quando il corpo sorprende la neurologia

In alcune persone con Parkinson si può osservare un fenomeno chiamato cinesia paradossa: davanti a determinati stimoli riescono improvvisamente a compiere movimenti che, nelle condizioni abituali, risultano molto difficili.

Può accadere in presenza di un ritmo, di un ostacolo da superare o di una situazione emotivamente intensa. Una persona che fatica a iniziare la marcia può riuscire a scavalcare un oggetto, seguire una linea sul pavimento o accennare dei passi di danza.

Non è una guarigione temporanea e non significa che la difficoltà precedente fosse immaginaria. Dimostra piuttosto che il cervello possiede più vie per arrivare allo stesso movimento e che alcuni stimoli possono rendere momentaneamente più accessibile un percorso alternativo.

Il movimento che sembra perduto, quindi, qualche volta è ancora possibile, ma è diventato difficile da richiamare senza un riferimento esterno.

Il ballo fa più del metronomo

La danza non offre soltanto una battuta da seguire. Richiede partenze e arresti, cambi di direzione, rotazioni, passi in avanti e indietro e continui trasferimenti del peso.

Il tango è stato particolarmente studiato nel Parkinson proprio perché contiene molte delle situazioni che nella vita quotidiana possono diventare problematiche. Quando si balla in coppia, inoltre, il contatto e la postura del partner forniscono ulteriori informazioni tattili e propriocettive sulla posizione del corpo.

Entrano poi in gioco attenzione, memoria, capacità di previsione ed emozioni. Bisogna ricordare una figura, riconoscere il momento giusto per eseguirla, osservare gli altri e correggere il movimento.

Il piacere suscitato da una musica conosciuta aumenta il coinvolgimento e rende più facile ripetere l’attività. La dimensione sociale, infine, contrasta isolamento e perdita di motivazione, due condizioni che possono ridurre ulteriormente il movimento nelle persone anziane e in chi convive con una malattia cronica.

La danza non cura il Parkinson, non ne interrompe la progressione e non sostituisce farmaci o fisioterapia. Può però affiancare la riabilitazione quando viene adattata alle condizioni della singola persona.

La piazza come palestra del corpo e della mente

A piazza Testaccio nessuno domanda quanti anni abbiano le persone arrivate per ballare, quanto siano sicure sulle gambe o quante volte sbaglino la coreografia. Parte la musica, Pasquale mostra il primo passo e la piazza prova a seguirlo.

Nel Parkinson il ritmo può offrire al cervello un riferimento esterno per organizzare il movimento. Nell’invecchiamento può allenare equilibrio, coordinazione e memoria, ma soprattutto creare un motivo per uscire di casa e tornare il giorno successivo.

Perché prescrivere movimento è relativamente facile. Più difficile è fare in modo che qualcuno abbia davvero voglia di alzarsi e cominciare.

A Testaccio sembrano avere trovato la formula: una musica conosciuta, passi accessibili, nessun giudizio e una piazza nella quale sentirsi attesi.

Non cammino più bene come una volta. Ma se parte la musica, ballo anch’io. E magari scendo persino in piazza.


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