L’urgenza ha un sovrapprezzo: sulla mobilità sanitaria la politica ha un debito con questo territorio


di Valentina Mallamaci* – Ci sono date che non si scelgono. Non le metti in agenda tre mesi prima, non le incroci con il calendario delle tariffe, non le sposti al martedì perché costa meno. Te le comunica un medico, in una stanza, con una voce che prova a essere gentile: bisogna partire, e bisogna partire adesso.

So, per esperienza personale di questi giorni da familiare di una paziente oncologica in urgenza, che quel momento dura pochi secondi e riorganizza tutto il resto. So anche che, appena chiusa la telefonata con la famiglia, cominciano tutti gli iter organizzativi, innanzitutto sul sito della compagnia aerea. Ed è lì che scopri una cosa che ha del grottesco. Il sistema che assegna il prezzo a quel biglietto non sa distinguere fra chi vola a Milano per un weekend e chi per un intervento. Vede una cosa sola: che stai comprando all’ultimo momento. E ti fa pagare l’urgenza.

Va detto chiaramente che in questa storia, e in centinaia di storie identiche che attraversano ogni giorno questa città, la diagnosi è arrivata grazie a strutture private del territorio e a professionisti del Grande Ospedale Metropolitano che hanno subito compreso la situazione e indirizzato al meglio. Non è mancata la competenza. È mancato ciò che viene dopo. Il risultato di politiche inadeguate a garantire il diritto più essenziale, quello di curarsi in modo dignitoso in Calabria. Una mancanza che nessuna buona volontà di chi sta in corsia può colmare ed il cui conto ricade sui cittadini che lo pagano, di tasca propria, sapendo che quel volo e quindi, quell’Aeroporto, svolge un ruolo tanto strategico e decisivo quanto la cura stessa.

Il primo muro è l’intervento che in una struttura d’eccellenza del Nord può costare decine di migliaia di euro. Sapere che tra te e la tua vita c’è una cifra, e che non tutti quella cifra ce l’hanno, è già abbastanza. Il secondo muro non lo nomina nessuno perché sembra un dettaglio: i colloqui preoperatori, il ricovero, i controlli, i voli di chi accompagna, le date che slittano di quarantott’ore e bruciano biglietti non rimborsabili, le notti d’albergo attorno all’ospedale. Migliaia di euro che si sommano ai primi, da pagare quando hai meno lucidità per contrattare.

E purtroppo non è un caso isolato: è, storicamente, un tratto costitutivo del traffico nazionale del Tito Minniti. Una quota costante di chi parte da qui solitamente verso Roma o Milano non parte per turismo o per lavoro, ma per curarsi o per assistere chi si sta curando.

Allora ben vengano i 64 milioni di investimento annunciati per l’Aeroporto Tito Minniti, ma è l’effettivo funzionamento a determinare anche un pezzo di dignità del territorio che serve. Un’infrastruttura non è un fine; è lo strumento con cui si risponde a un bisogno, e la domanda che viene prima di ogni cantiere è quale bisogno quel cantiere debba servire. Costruire l’aerostazione migliore possibile senza chiedersi chi la attraversa, perché parte e a quali condizioni può permettersi di partire non è soltanto limitante: lascia il problema dov’era, con l’aggravante di farlo sembrare risolto. L’infrastruttura è la condizione dell’accessibilità, non l’accessibilità.

Ed è qui che il limite diventa una mancanza grave, politica e istituzionale. Le esigenze reali di questo territorio sono note, documentate, ripetute da anni. Non affrontarle nel momento esatto in cui si hanno le risorse, il tavolo e gli interlocutori significa scegliere di non affrontarle. Un’area partenze nuova non abbassa di un euro il biglietto di chi deve operarsi fra tre giorni. E una famiglia che non riesce a partire in tempo non è un dettaglio da sistemare in una fase successiva, è la misura di quanto sia servito tutto il resto.

Se si è nella condizione di trattare con i vettori – e chi ha annunciato 64 milioni e nuove rotte è evidentemente in quella condizione – allora la domanda da mettere sul tavolo esiste, è tecnicamente praticabile e non è un’utopia. Si chiama mobilità sanitaria garantita.

Portare avanti la tesi per cui più concorrenza e le compagnie low-cost porteranno il mercato ad abbassare i prezzi è legittimo, ma funziona – e in teoria – solo su una domanda programmabile. La concorrenza premia chi può aspettare e scegliere la data. Il turista, appunto. Chi compra con quarantotto ore di preavviso perché lo aspetta una sala operatoria sta nel segmento su cui tutti i vettori, low cost compresi, massimizzano il ricavo. Più offerta abbassa la tariffa media. Non abbassa quella dell’ultimo minuto. Chi governa questi dossier lo sa.

Ecco perché finanziare un vettore per aprire rotte turistiche, operazione che ha una sua logica di sviluppo e che non contesto, non tocca il problema di cui sto parlando. Sono due mercati diversi, e uno dei due riguarda un diritto costituzionale.

Uno strumento di intervento esiste già ed è la continuità territoriale. Il regolamento europeo 1008/2008 consente di imporre oneri di servizio pubblico anche sulle rotte che servono una regione periferica o in via di sviluppo, quando il mercato non garantisce da solo continuità, regolarità e tariffe adeguate. La Calabria, classificata tra le regioni meno sviluppate della politica di coesione, rientra in quel perimetro.

Oggi non si chiederebbe di sussidiare le tratte Reggio–Roma o Reggio-Milano esistenti, che il mercato garantisce, ma correggere l’unico punto in cui il mercato fallisce: l’accessibilità per chi deve comprare all’ultimo minuto per curarsi. Un contingente di posti riservato a chi viaggia per motivi sanitari documentati, disponibile fino a poche ore dalla partenza. Un tetto tariffario su quei posti. Condizioni di cambio compatibili con un ricovero, perché la medicina non è un orario ferroviario. L’estensione all’accompagnatore.

In Sardegna, ad esempio, è già realtà: i posti dedicati alle esigenze medico-sanitarie esistono e restano disponibili fino alle ultime ore prima del volo. E gli orientamenti della Commissione europea, quando si tratta di valutare quanto una regione sia periferica, chiedono di considerare le difficoltà di accesso non soltanto ai centri amministrativi ed economici, ma anche a quelli medici. Manca evidentemente che qualcuno, da qui, se ne faccia portavoce.

La misura di una politica di prossimità non è quanti milioni annuncia, ma quali domande sceglie di portare al tavolo quando finalmente un tavolo ce l’ha. È facile rivendicare le rotte e i dati di riempimento. È più scomodo dire ad alta voce che una parte consistente dei nostri passeggeri vola perché qui non può curarsi con urgenza.

Se poter partire in tempo dipende dal conto corrente e dalla rete familiare che ti ritrovi, allora salvarsi la vita ha smesso di essere un diritto ed è diventato un privilegio.

Devo ritenermi fortunata per questo? No, chiamarla fortuna sarebbe anzi il modo più comodo di archiviare la questione, perché la fortuna non chiama nessuno in causa. Qui invece la chiamata in causa esiste. Un privilegio è tale, per definizione, perché altri ne restano fuori. Quegli altri sono nostri concittadini. Ricevono la stessa telefonata, aprono lo stesso sito, leggono la stessa cifra e la chiudono. Rimandano di una settimana magari. Cercano un treno di diciotto ore. Qualcuno rinuncia, e non lo sapremo mai. È davanti a questo che molti, in questa città, dovrebbero mettersi una mano sulla coscienza: non per un moto di pietà, ma per un atto di consapevolezza. Sapere che accade e che dipende da scelte, non dal destino.

E in chi ha scelto di rappresentare questa comunità il senso di responsabilità verso di essa deve prevalere sui tagli del nastro ed emergere nelle cose che si ottengono per chi non ha voce per chiederle, che quasi mai fanno notizia.

Dunque, la richiesta è una sola e non è personale. Che nella tragica difficoltà della malattia non si debba affrontare anche quella economica. Che nessuno, in questa città, debba mai più aprire un sito di prenotazioni con le mani che tremano e scoprire che l’urgenza, oltre a tutto il resto, ha pure un sovrapprezzo.

Ci sono date che non si scelgono: il minimo che le istituzioni possono fare è non farle pagare due volte.

*Giovane ricercatrice e imprenditrice reggina


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