Fra lettere di licenziamenti collettivi e imminenti decisioni giudiziarie, inizia una settimana in cui il destino dell’ex ILVA potrebbe cominciare a delinearsi in maniera più netta
“SIAMO SULL’ORLO DEL BARATRO, MA ANCORA NON C’E’ UN PROGETTO VALIDO. AUSPICHIAMO LA SOSPENSIONE DEL DECRETO DI CHIUSURA DELL’AREA A CALDO E L’INSTALLAZIONE DEI FORNI ELETTRICI”
“Leggiamo che si deve trovare un modo per “disinnescare la bomba sociale” la cui miccia sta bruciando sempre più velocemente, ma ci domandiamo come. Ma soprattutto lo dichiariamo da tempo che si sarebbe arrivati a questo epilogo. Le colpe non possono essere ricercate all’interno dell’indotto, né tanto meno i nostri collaboratori dovranno essere i capri espiatori. Serve una condivisione d’intenti adesso, subito. Altrimenti occorrerà ricercare le colpe di un disastro preannunciato altrove. Le aziende ad oggi restano in attesa di conoscere come la direzione intenda procedere con le attività correnti e future. Ma finora non si è registrata alcuna risposta senza contare che al momento bisogna attivare le casse integrazioni straordinarie per le imprese. Allora come si pensa di salvaguardare l’indotto?”
E’ quanto chiede il presidente di CONFAPI Taranto, ing. Fabio Greco, all’inizio di una settimana che apre una delle fasi più intense della vertenza che riguarda l’ex ILVA con la temuta “bomba sociale” che è pronta ad esplodere. I primi segnali si stanno avendo con le decisioni delle aziende dell’indotto che stanno firmando le lettere di licenziamento e di richiesta di ammortizzatori sociali per i loro dipendenti. Il conto alla rovescia ha avuto inizio e le possibilità di interromperlo sono ormai risicatissime.
“CONFAPI Taranto nella Sezione Unionmeccanica e Trasporti -precisa il presidente Greco- ha iscritte 52 aziende con 2653 unità lavorative di cui 523 sono state dichiarate non allocabili e quindi in accordo con i sindacati ci sarà un incontro per definire le procedure di licenziamento collettivo. Nell’arco del 2026 per circa il 50% dei dipendenti sarà avanzata richiesta di attivare la cassa integrazione. Dunque con un incremento totale di circa 1700 unità lavorative fra licenziamenti e cassa. Questo solo per quanto attesta il comparto metalmeccanico e trasporti di CONFAPI Taranto. E, si badi bene, si tratta di numeri e dati che aumenterebbero su base nazionale.“
“Troppe chiacchiere stanno caratterizzando la vertenza dell’ex ILVA, di contro ci sono pochi fatti, soprattutto in merito alla trattativa per la vendita di un asset che dovrebbe essere fondamentale per lo Stato. Qualcuno lamenta la scarsa visione degli imprenditori, ma oggi non si può dare addosso a questi ultimi che per tanto tempo hanno dovuto subire decisioni prese in altre stanze e lontano da Taranto.”
“Dopo anni-continua il massimo responsabile dell’Associazione delle piccole e media industrie di Taranto-siamo ancora senza un progetto valido, ma quello che è peggio è che quando abbiamo tentato di proporlo nessuno ha mai ascoltato. Taranto può e deve farcela, ma oggi siamo in emergenza e non si può troncare di netto un patrimonio industriale rappresentato non solo dall’ex ILVA, ma anche dalle numerosissime aziende dirette ed indirette che lavorano con lo stabilimento.”
“Siamo alla vigilia di una giornata in cui almeno a livello giudiziario si avranno delle prime risposte. Noi rispetteremo qualunque provvedimento della magistratura, ma auspichiamo che dai giudici di Milano venga presa in considerazione la possibilità di concedere una sospensiva che, andando ad incidere sugli effetti del decreto della Corte d’Appello dello scorso luglio, scongiuri la chiusura immediata dell’area a caldo ed indichi un perimetro entro il quale occorrerà muoversi. Quale? A Taranto si dovrebbe subito procedere con la realizzazione dei forni elettrici perché solo così si potrà pensare di attenuare questa “bomba sociale” la cui deflagrazione è stata annunciata da tempo. Se gli effetti del decreto di sospensione dell’attività dell’area a caldo dovessero essere bloccati, si potrebbe formulare una più efficace analisi della situazione consentendo una pianificazione dell’installazione dei forni elettrici salvaguardando salute, innovazione e sviluppo occupazionale. In caso contrario, i licenziamenti ed il ricorso alla cassa integrazione diventano inevitabili.”
“Oggi si è arrivati al limite. Quando ci ha convocati a Roma, il ministro ha fatto intendere che da parte nostra non c’è mai stata quella collaborazione che veniva auspicata, ma questo non risponde al vero: noi ci siamo sempre stati. Semmai è il Governo che deve fare i suoi passi e mantenere le promesse. A Taranto serve produrre con forni elettrici. Alternative non sembrano essercene. Oppure, qualora si dovesse procedere alla chiusura dello stabilimento, il Governo dica come gestirà la bonifica della fabbrica. E detti la linea. Che ad oggi non sembra esser stata nemmeno ipotizzata.”
Ma Taranto può continuare ad avere un domani senza l’ex ILVA? Il presidente di CONFAPI, ing. Greco, su questo ha le idee molto chiare.
“Sappiamo che la possibilità di veder chiudere lo stabilimento è estremamente concreta. Ed è per questo che un ultimo cenno va fatto ai progetti per Taranto che sono stati presentati al Ministero lo scorso mese. CONFAPI, dal canto suo, ha consegnato alle Istituzioni e alle parti sociali un dossier in cui vengono illustrate proposte per lo sviluppo del territorio non focalizzandosi solo sull’industria pesante. Si tratta di un lavoro meticoloso ed articolato che punta a costruire per Taranto un futuro diverso e migliore di quello attuale. Ma questi progetti non devono rimanere sulla carta: serve che vengano presi in considerazione per poi far partire quelli che sono operativi a strettissimo giro. Come, ad esempio, quelli legati alla cantieristica navale e al rilancio del porto. Taranto ha tante potenzialità, ma è necessario che non si continui a limitarle.”
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