Per fermare i femminicidi bisogna educare i maschi del futuro


Il brutale femminicidio di Lorena Isceri arriva al termine di un’estate segnata dalla morte di 17 donne uccise per mano maschile. Diciassette vite spezzate, diciassette storie diverse, accomunate da un unico fattore: sono state uccise in quanto donne da uomini che non riescono a uscire da logiche di dominio e sopraffazione e da una concezione dell’amore capace di contemplare anche l’assenza e il rifiuto. 

Ogni volta che una donna viene uccisa, insieme al dolore arriva anche un senso di impotenza. Ci chiediamo come sia stato possibile, se si sarebbe potuto fare qualcosa prima, dove abbiamo fallito, come singoli ma soprattutto come società. Che cosa non stiamo facendo per fermare questa violenza. 

La risposta non può essere affidata a un solo intervento, né può arrivare soltanto dopo che la violenza si è consumata. Per essere efficace, l’azione deve essere politica e integrata: deve agire sulla prevenzione, sull’educazione, sulla protezione e sull’autonomia delle donne, sul potenziamento dei centri antiviolenza, sulla formazione di chi intercetta la violenza e, soprattutto e sulla trasformazione della cultura che la legittima e la normalizza. È la prospettiva indicata dalla Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia nel 2013, che riconosce nella violenza contro le donne un fenomeno strutturale e chiede agli Stati di intervenire lungo più direttrici, dalla prevenzione alla protezione, fino al perseguimento dei responsabili. 

Il tema non è nuovo. Anche il Grevio, l’organismo indipendente del Consiglio d’Europa incaricato di monitorare l’applicazione della Convenzione di Istanbul, ha evidenziato nel tempo la necessità di rafforzare l’azione italiana sul fronte della prevenzione, rilevando lacune e ritardi rispetto alle attività educative sulla parità di genere. 

La prevenzione passa necessariamente dall’educazione. Eppure, in Italia manca ancora un quadro nazionale organico sull’educazione sessuo-affettiva nelle scuole. Anche il recente dibattito seguito all’approvazione della legge 104/2026 sulle “Disposizioni in materia di consenso informato in ambito scolastico” promossa dal ministro Valditara, ha mostrato quanto questo tema sia ancora affrontato su un piano ideologico e non scientifico e quanto sia difficile riconoscere all’educazione alle relazioni, al consenso e all’affettività un ruolo fondamentale nei percorsi educativi e scolastici. 

La scuola è uno dei luoghi fondamentali per accompagnare le nuove generazioni nella costruzione della propria identità e delle proprie relazioni. Ma una trasformazione culturale di questa portata non può continuare a essere percepita come una responsabilità prevalentemente femminile. Le donne rappresentano oltre l’80% del corpo docente e arrivano al 96% nella scuola primaria: un dato che riflette quanto l’educazione e la cura siano ancora ambiti fortemente associati, simbolicamente ed effettivamente, al femminile. Se vogliamo che la scuola sia davvero uno dei luoghi primari della prevenzione, abbiamo bisogno che anche gli uomini assumano un ruolo sempre più attivo nella costruzione di una nuova cultura educativa e relazionale, moltiplicando, dentro e fuori dalle aule, modelli di maschilità plurali e alternativi: uomini che sappiano riconoscere le proprie emozioni e i propri limiti senza vederli come un fallimento e che sappiano verbalizzare la cura come responsabilità e possibilità per viversi relazioni più autentiche e vive di desiderio e reciprocità. 

Abbiamo quanto mai bisogno di una trasformazione culturale che, prima di tutto, chiama in causa gli uomini. Non soltanto come autori della violenza, ma come parte imprescindibile del cambiamento necessario a interromperla. In questo senso, sono significative anche le prese di posizione, diverse per tono e messaggio, di alcuni padri che, dopo la morte delle proprie figlie, hanno scelto di esporsi pubblicamente. Gino Cecchettin, padre di Giulia, e Franco Isceri, padre di Lorena, rappresentano segnali importanti di una presa di parola maschile che non può più essere rimandata

Non è più tollerabile che la violenza venga usata come strumento per rivendicare un’identità maschile che, di fronte alla crisi dei modelli tradizionali di potere e di ruolo, individua nell’indipendenza e nell’autodeterminazione delle donne la causa della propria perdita di status.

Servono uomini che parlino ad altri uomini, serve che tutta la società, le istituzioni, le aziende, le scuole si assumano la responsabilità del cambiamento. Non è più tollerabile che dentro relazioni di amore, che dovrebbero essere spazi di libertà e di desiderio, vengano ancora usate logiche di potere e di annientamento. Non è più tollerabile che la violenza venga usata come strumento per rivendicare un’identità maschile che, di fronte alla crisi dei modelli tradizionali di potere e di ruolo, individua nell’indipendenza e nell’autodeterminazione delle donne la causa della propria perdita di status.

Il fenomeno è complesso, ma la cultura è l’ambito del possibile. In Fondazione Libellula crediamo fermamente che se vogliamo trasformarla, dobbiamo cominciare molto prima che la violenza si manifesti. Nasce così “Storie Spaziali per Maschi del Futuro – Scuola Edition”, il progetto che Fondazione Libellula porta avanti insieme all’autrice bestseller Francesca Cavallo nelle scuole primarie italiane. Un percorso che parte dall’educazione alle emozioni e utilizza le storie dell’autrice per offrire a bambine e bambini nuovi strumenti per riconoscere ciò che provano, stare nelle relazioni e confrontarsi con modelli di maschilità diversi da quelli fondati sulla forza, sul controllo e sulla rimozione della vulnerabilità.

Nel 2026 abbiamo realizzato una prima fase pilota che ha coinvolto 250 scuole primarie in tutta Italia, mettendo a disposizione kit e strumenti educativi per lavorare direttamente nelle classi. La risposta del mondo scolastico e delle famiglie a casa è stata particolarmente significativa: alle adesioni previste dal progetto hanno continuato ad aggiungersi richieste spontanee da parte di insegnanti, comunità educante e adulti di riferimento che chiedono di poter utilizzare questi strumenti.

Per questo il percorso non si ferma alla sperimentazione. Stiamo proseguendo e ampliando il progetto, portando i kit educativi in nuove scuole su tutto il territorio nazionale, con l’obiettivo di trasformare un’esperienza pilota in un modello educativo sempre più diffuso.

Mara Ghidorzi è gender expert e direttrice di Fondazione Libellula. Nella foto in apertura, il presidio a Firenze per ricordare Lorena Isceri insieme alle sindache Vittoria Ferdinandi ed Elena Carnevali (Sara Esposito / LaPresse).

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