Si è concluso con una tregua, seppur fragile, il vertice convocato a Palazzo Chigi sul destino di Acciaierie d’Italia. Le procedure di licenziamento collettivo che rischiavano di travolgere 2.500 lavoratori dell’indotto sono state congelate, almeno fino a quando la Corte d’Appello di Milano non si sarà pronunciata sulla richiesta di sospendere la chiusura dell’area a caldo di Taranto, fissata per il 28 ottobre. Un risultato ottenuto dopo ore di trattativa nella Sala Verde della presidenza del Consiglio, dove il governo ha chiesto formalmente responsabilità alle associazioni datoriali Aigi e Aepi, che hanno accettato di fermare le lettere di licenziamento già inviate nei giorni scorsi da 28 aziende dell’indotto.
Da dove nasce la crisi dell’ex Ilva
Le radici della vertenza affondano in anni di difficoltà industriali, ambientali e finanziarie del più grande polo siderurgico d’Europa. Lo stabilimento di Taranto convive da tempo con impianti vetusti, procedimenti giudiziari legati ai danni ambientali e sanitari provocati dalle emissioni, e una gestione commissariale che si trascina da anni senza una soluzione definitiva sulla proprietà. Il nodo più recente riguarda proprio l’area a caldo, cioè gli altiforni e gli impianti collegati alla produzione primaria dell’acciaio: la Corte d’Appello di Milano ha stabilito che vada chiusa entro fine ottobre, una decisione contro cui Ilva e Acciaierie d’Italia hanno presentato ricorso sia in appello sia in Cassazione. A complicare il quadro si è aggiunta la rottura, negli scorsi giorni, della trattativa su un altro dossier caldo del Made in Italy, quello Electrolux, che ha ulteriormente inasprito il clima sindacale, sfociato in otto ore di sciopero proclamate dalle sigle dei metalmeccanici.
La situazione dei lavoratori: una tregua che non scioglie i nodi
Al momento la tregua raggiunta a Palazzo Chigi riguarda solo i 2.500 lavoratori dell’indotto, quelli impiegati nelle aziende fornitrici e in appalto che gravitano attorno allo stabilimento. Ma il bacino occupazionale complessivo coinvolto nella vertenza è molto più ampio: si parla di circa 10.000 dipendenti diretti, di cui 8.000 in Puglia, a cui secondo alcune stime si aggiungono altrettanti lavoratori dell’indotto su scala nazionale, per un totale che secondo il presidente della Regione Puglia Antonio Decaro sfiora le 20.000 persone.
I sindacati, nella fattispecie le sigle Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm Uil e Usb, scese in campo insieme davanti alla sede dei metalmeccanici di Taranto, parlano apertamente del rischio di una “bomba sociale” e chiedono al governo risposte definitive, non un ulteriore rinvio in una vertenza che conta ormai una ventina di incontri dall’inizio della legislatura.
Il clima resta teso: le stesse fonti sindacali riferiscono di forti tensioni durante il tavolo con l’esecutivo, al punto da causare una pausa di circa un’ora nei lavori. Intanto, nello stabilimento sono già in corso le attività tecniche preparatorie a un eventuale spegnimento degli impianti, un’operazione complessa e costosa da invertire una volta avviata.
Gli scenari possibili sul tavolo
Il primo bivio, quello più immediato, è squisitamente giudiziario: mercoledì 9 settembre la Corte d’Appello di Milano dovrà decidere se accogliere la richiesta di sospensiva presentata dalle amministrazioni straordinarie di Ilva e Acciaierie d’Italia. Se il verdetto sarà negativo, il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha confermato che l’area a caldo dovrà essere chiusa entro il 28 ottobre, mentre i tempi della Cassazione, chiamata comunque a pronunciarsi sul decreto, non permetteranno una risposta prima di quella scadenza.
Sul fronte industriale, invece, si contendono il futuro del gruppo quattro soggetti diversi. Il gruppo indiano Jindal resta il candidato più avanzato, con un’offerta vincolante aggiornata che riguarda l’intero perimetro aziendale, area a caldo compresa.
La cordata italiana, coordinata da Federacciai e composta da una quindicina di aziende siderurgiche, tra cui Marcegaglia, Arvedi, Duferco, Acciaierie Venete ed Eusider, punta invece a rilevare solo l’area a freddo (laminazione, zincatura e finitura), per un valore stimato tra 600 milioni e un miliardo di euro, e per farcela dovrà probabilmente appoggiarsi a un intervento statale, con Invitalia indicata come possibile partner.
Restano poi in corsa, anche se in una posizione più defilata, il fondo statunitense Flacks Group e la new entry ceca CE Industries, gruppo attivo in logistica, energia e meccanica più che nella produzione siderurgica vera e propria.
A queste opzioni si affianca l’ipotesi, rilanciata dallo stesso governo durante l’incontro con i sindacati, di una partecipazione pubblica diretta, condizionata però alla presentazione di un piano industriale solido, e la proposta di istituire un tavolo permanente sull’area di Taranto sul modello di quanto già fatto per altri grandi dossier territoriali.
Sullo sfondo resta la questione, ormai imprescindibile secondo gran parte degli osservatori, della decarbonizzazione: il futuro dell’acciaio a Taranto passa quasi certamente per la sostituzione degli altiforni con forni elettrici alimentati a Dri, un investimento per cui il governo ha confermato la disponibilità di risorse pubbliche già stanziate in passato. Le offerte finali dei candidati all’acquisto sono attese entro il 15 ottobre, un appuntamento che si intreccerà inevitabilmente con l’esito della battaglia giudiziaria sull’area a caldo.
Domande frequenti
Perché sono stati sospesi i licenziamenti nell’indotto ex Ilva?
Il governo ha chiesto alle associazioni datoriali Aigi e Aepi di congelare le procedure fino alla decisione della Corte d’Appello di Milano sulla chiusura dell’area a caldo, richiesta accolta “per senso di responsabilità”.
Quanti lavoratori sono coinvolti nella crisi ex Ilva?
Oltre ai 2.500 dell’indotto con licenziamento sospeso, sono a rischio circa 10.000 dipendenti diretti (8.000 in Puglia) e un bacino occupazionale complessivo stimato fino a 20.000 persone.
Cosa succede se i giudici confermano la chiusura dell’area a caldo?
Secondo il ministro Urso, l’area a caldo dovrà essere chiusa entro il 28 ottobre, con ricadute dirette su altiforni e impianti collegati.
Chi sono i candidati all’acquisto di Acciaierie d’Italia?
Sul tavolo ci sono il gruppo indiano Jindal, una cordata di aziende siderurgiche italiane guidata da Federacciai, il fondo Usa Flacks Group e il gruppo ceco CE Industries.
Quando sono attese le offerte finali per l’ex Ilva?
Le offerte definitive dei candidati sono attese entro il 15 ottobre, a ridosso della scadenza del 28 ottobre sulla chiusura dell’area a caldo.
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