Sono oltre 500.000 le firme raccolte per il referendum “Sì educazione affettiva e sessuale nelle scuole”: “È un risultato straordinario, costruito senza grandi apparati e attraversando persino il mese di agosto. Il nostro primo grazie va a chi ha firmato e a tutte le persone che hanno dedicato tempo ed energie a questa mobilitazione. Ma non è finita qui: bisogna continuare a firmare, perché ogni firma in più darà maggiore forza alla nostra richiesta politica. Oltre 500 mila persone hanno mandato un messaggio alla politica. Di fronte ai femminicidi che hanno sconvolto ancora una volta il Paese, tutte le forze politiche hanno richiamato la necessità di investire sulla prevenzione, sul rispetto, sul consenso e sulle relazioni. Il padre di Lorena Isceri ha rivolto alla politica un appello chiarissimo: lavorate nelle scuole. Una richiesta che non può essere dimenticata quando si spengono le telecamere”, dichiarano Fabrizio Marrazzo e Marina Zela, promotori del referendum. “L’educazione sessuo-affettiva non è naturalmente l’unico strumento per contrastare la violenza contro le donne e da sola non può impedire un femminicidio. Ma se vogliamo intervenire sulle radici culturali del possesso, della sopraffazione, dell’incapacità di accettare un no e della violenza nelle relazioni, la scuola è uno dei luoghi dai quali bisogna necessariamente partire”, aggiungono.
Se le firme arriveranno a 500mila, si voterà nel 2028
Il referendum non si terrà subito, ma nella primavera del 2028: “Il referendum verrà effettuato ad aprile 2028, perché nell’anno delle elezioni non si può fare – spiegano i promotori –. Anche se le elezioni dovessero essere anticipate, la data resterebbe comunque aprile 2028”. Una tempistica che i promotori rivendicano come una scelta politica precisa: “Vogliamo che il prossimo governo, a prescindere da chi lo formerà, abbia come primo punto in agenda l’eliminazione di quello che consideriamo un elemento fortemente discriminatorio per la parità di genere, per le donne e per i giovani in generale, che con questa norma non hanno più accesso all’educazione sessuale e affettiva già dalle scuole primarie”. Il referendum, insomma, è pensato anche come “sprone”, per usare le parole di Marrazzo: se dovesse vincere una maggioranza progressista, i promotori si augurano che il tema venga affrontato nei primi cento giorni di governo, “così da poter revocare noi stessi il referendum a dicembre, perché nel frattempo la norma sarà già stata cambiata”; se invece a governare sarà ancora il centrodestra, sarà comunque “un’ulteriore occasione di sensibilizzazione”, perché il quesito arriverebbe comunque alle urne.
Cosa prevede il decreto Valditara e cosa cambierebbe con il referendum
Al centro di tutto c’è la legge 104 del 9 giugno 2026, entrata in vigore il 7 luglio e conosciuta come “decreto Valditara“, dal nome del ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara. La norma ha introdotto l’obbligo del consenso informato scritto dei genitori (o dello studente, se maggiorenne) prima che le scuole secondarie possano affrontare in classe temi legati alla sessualità e all’affettività; per la scuola dell’infanzia e per le elementari, invece, questo tipo di attività è del tutto escluso.
Il referendum promosso dal comitato “Sì Educazione Affettiva nelle Scuole” è un referendum abrogativo: chiede cioè di cancellare integralmente questa legge. È bene chiarire, come sottolineano gli stessi promotori, che l’eventuale vittoria del referendum non introdurrebbe automaticamente una nuova materia scolastica obbligatoria chiamata “educazione affettiva e sessuale”: verrebbero semplicemente eliminate le regole speciali introdotte nel 2026, restituendo alle scuole la piena autonomia di programmare questo tipo di percorsi educativi all’interno del il Piano triennale dell’offerta formativa, con modalità e linguaggi adeguati all’età degli studenti – così come, tra l’altro, raccomanda anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità.
“Non è una questione di destra o sinistra, ma di buonsenso”
Uno dei punti su cui Marrazzo insiste di più, parlando del referendum, è che non si tratti affatto di una battaglia identificabile con un solo schieramento politico. “È qualcosa che non riguarda soltanto una parte politica, ma riguarda tutti: abbiamo avuto adesioni da destra a sinistra, giovani, adulti, anziani, persone che vivono il tema sulla propria pelle”, racconta. A sostegno di questa tesi, Marrazzo cita un dato che a prima vista può sembrare paradossale: negli ultimi vent’anni, quando l’educazione sesso-affettiva è stata introdotta nei vari paesi europei, spesso a governare erano proprio esecutivi di centrodestra. “Proprio per questo diciamo che non è un argomento di destra o di sinistra, ma di buonsenso”, spiega. Colpisce, in questo senso, anche un altro dettaglio che Marrazzo racconta con una punta di emozione: tra le prime firmatarie ci sono state tante donne che hanno vissuto in prima persona il ’68, oggi settanta-ottantenni, che si sono avvicinate alla raccolta firme digitale nonostante le difficoltà tecnologiche. “Ci scrivono perché nelle nipoti vedono un rapporto con l’altro sesso che considerano peggiore di quello che vivevano loro: sottomissione, gelosia imposta dai fidanzati. Dicono: noi nel ’68 abbiamo lottato per essere libere, io vedo ragazze che oggi si privano della propria libertà pur di accontentare il proprio ragazzo, qualcosa che ci riporta indietro”.
Marrazzo racconta anche di essersi occupato di educazione affettiva nelle scuole come volontario e attivista fin dal 1996, con progetti come il Laboratorio Rainbow, e di aver osservato un peggioramento, non un miglioramento, nell’approccio dei più giovani ai temi dell’affettività e della sessualità negli ultimi anni: dalla scarsa conoscenza dei sistemi di contraccezione al non riconoscere lo stalking o la gelosia eccessiva come comportamenti previsti e sanzionati dalla legge, fino al catcalling, spesso ancora percepito da molti ragazzi come un complimento piuttosto che come una forma di molestia.
Prima di arrivare alla raccolta firme il comitato ha provato altre strade: lettere ai parlamentari, richieste di abrogazione, relazioni tecniche portate alle audizioni parlamentari alla Camera da medici, pediatri e docenti vicini alla causa. “Tutto quello che è stato scritto e detto non ha avuto riscontro”, racconta, sottolineando come alle domande sul perché vietare l’educazione sesso-affettiva già alla scuola dell’infanzia e alle elementari non sia mai arrivata una risposta chiara da parte del governo.
Il punto di vista di chi l’educazione sesso-affettiva la fa ogni giorno in classe
A raccontare il referendum da un altro osservatorio è Francesca Nava, insegnante di liceo e consulente in educazione sesso-affettiva, tra i referenti di Italy Needs Sex Education (Inse), il movimento nato quasi due anni fa con l’obiettivo di arrivare, un giorno, a una riforma organica e strutturata dell’educazione sesso-affettiva nelle scuole italiane – cosa diversa, tiene a precisare, dal referendum in corso, che punta “solo” ad abrogare la legge attuale. Nava inquadra il tema nel confronto con il resto d’Europa: l’Italia è tra i sette paesi dell’Unione, insieme a Cipro, Bulgaria, Lituania e pochi altri, a non avere ancora una vera educazione sesso-affettiva strutturata nelle scuole. “Qui abbiamo un vuoto normativo spaventoso, che genera mostri”, commenta. Da insegnante, aggiunge un elemento che riguarda molto da vicino la scuola pubblica: il fatto che riforme come quella Valditara vengano, a suo avviso, calate dall’alto senza un reale confronto con chi lavora ogni giorno con gli studenti. “Basta con queste riforme della scuola senza parlarne con gli insegnanti, gli educatori sessuo-affettivi e gli studenti”, dice, ricordando anche che otto ordini degli psicologi italiani si sono espressi pubblicamente contro la norma.
Lo scorso luglio Inse, nella persona di Francesca Nava, ha partecipato a un intervento al Senato davanti all’intergruppo parlamentare per i diritti fondamentali della persona promosso dalla senatrice Flavia Carlini, con la presentazione di una proposta di legge di 73 pagine costruita raccogliendo il contributo dei referenti regionali della community. Un lavoro parallelo, insomma, rispetto alla raccolta firme referendaria, ma con lo stesso obiettivo di fondo: portare l’educazione sesso-affettiva stabilmente dentro la scuola italiana. “Penso che il referendum sia un segnale politico importante, un segnale popolare importante. Anche se il quorum ai referendum in Italia resta il problema di sempre, parlarne, fare pressione, è comunque uno strumento”, commenta l’attivista.
Le voci delle attiviste: da Flavia Restivo alle content creator che ne parlano online
Accanto ai promotori istituzionali del referendum, negli ultimi mesi si è mossa anche una rete più ampia di attiviste e divulgatrici che da anni si occupano di educazione sesso-affettiva sui social e nei territori. Tra queste c’è Flavia Restivo, politologa, autrice del saggio “Gli svedesi lo fanno meglio” (Rizzoli) e fondatrice del progetto Italy Needs Sex Education, che da anni porta avanti un lavoro di divulgazione sul modello svedese, dove l’educazione sessuale è materia scolastica obbligatoria dal 1955. Restivo insiste da tempo sulla necessità di un piano nazionale strutturato, uguale in tutte le scuole italiane, affidato a figure professionalizzate esterne al corpo docente, e ha più volte ribadito pubblicamente che l’assenza di questa materia lascia l’Italia indietro rispetto al resto d’Europa su temi come la prevenzione della violenza di genere e la costruzione di relazioni basate sul consenso.
Sul referendum si sono espresse pubblicamente anche numerosi content creator e attiviste che seguono il tema. “Sono una prof delle superiori e in ogni scuola in cui insegno, quando parliamo di parità di genere, faccio questo sondaggio – racconta Beatrice Massaro, professoressa alle secondarie di secondo grado e attivista -. Solo gli alunni maschi alzino la mano. Quanti di voi hanno mai subito catcalling? Nessuno alza la mano. Ora solo gli alunni femmine alzino la mano. Quanti di voi hanno mai subito catcalling? Tutte alzano la mano. Ora solo i maschi alzino la mano. Quanti di voi pensano che il catcalling sia un complimento? Diversi ragazzi alzano la mano. Ora solo gli alunni femmine. Quanti di voi pensano che il catcalling sia un complimento? Nessuna alza la mano. Allora chiedo alle ragazze: Che età avevate la prima volta che avete subito catcalling? Tutte dicono tra i 12 o i 13 anni, o anche prima, e generalmente da uomini adulti. In che modo può essere un complimento se un cinquantenne fa apprezzamenti a una bambina di 12 anni per strada? Da qui facciamo partire un dibattito tra di loro per ragionare sulla diversa percezione che si può avere di questo fenomeno, se sia maschio o femmine, e sul significato reale del catcalling, che non è un complimento, ma è un modo di oggettificare, sessualizzare e esercitare il controllo e il proprio potere sulle donne. Alla fine faccio di nuovo alzare la mano a tutta la classe chiedendolo chi lo reputa ancora un complimento e nessuno alza più la mano. I ragazzi l’hanno capito ascoltando le testimonianze delle loro compagne mettendosi nei loro panni e hanno anche imparato che i complimenti si possono fare ma con modalità diverse e gentili.”. E conclude: “Non è colpa dei miei alunni adolescenti se inizialmente pensavano che il catcalling fosse un complimento. Non è colpa delle mie alunne adolescenti se uscendo di casa con un leggings o un pantaloncino vengono molestate. La colpa è dello Stato che non fornisce loro gli strumenti per riconoscere e prevenire gli abusi. Da quest’anno il ministro Valditara ha evitato l’educazione sessuale affettiva fino agli elementari e ha messo l’obbligo del consenso informato per le medie superiori per non confondere i bambini con le teorie gender”.
Perché conviene comunque saperne di più
Che si arrivi o meno al quorum nel 2028, il punto sollevato da chi sostiene il referendum resta uno: in Italia, a differenza di quasi tutto il resto d’Europa, l’educazione sesso-affettiva non è ancora una materia strutturata, e oggi lo spazio per parlarne a scuola si è ulteriormente ristretto. Un tema che non riguarda “solo” la sessualità in senso stretto, ma tocca la prevenzione della violenza di genere, il consenso, il riconoscimento dello stalking, il rapporto con il proprio corpo e con quello degli altri: argomenti su cui, numeri alla mano, in classe si continua a parlare sempre meno.
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