Le sanzioni introdotte dopo l’invasione dell’Ucraina hanno chiuso all’oro russo il mercato di Londra, uno dei principali centri mondiali in cui si comprano e si vendono lingotti. Il Cremlino ha dirottato parte delle forniture verso la Cina, che non adotta gli stessi divieti e continua ad acquistare il metallo russo, anche attraverso Hong Kong. Mosca continua così a incassare mentre combatte in Ucraina e Pechino ne approfitta per allargare la propria influenza su un mercato a lungo dominato dalle piazze occidentali. Secondo il Financial Times, nei primi sette mesi del 2026 sono arrivate dalla Russia quasi cento tonnellate d’oro, circa tre volte il volume dello stesso periodo dell’anno precedente. Gran parte del metallo che arriva nella città viene poi trasferita nella Cina continentale, dove viene acquistato per investimento o utilizzato nella gioielleria.
Le forniture passano da Hong Kong anche perché la città, pur facendo parte della Cina, applica regole diverse alle importazioni. L’ex colonia britannica, tornata sotto la sovranità cinese nel 1997, conserva infatti un sistema doganale autonomo. Pechino fissa un tetto alla quantità di oro che può entrare nella Cina continentale; Hong Kong non impone un limite analogo. Gli acquirenti cinesi possono così comprare il metallo all’estero e lasciarlo nei caveau della città in attesa di poterlo trasferire sul continente, nel rispetto delle quote. L’attesa genera affari per Hong Kong, dove le imprese vengono pagate per custodire l’oro e gestire le operazioni commerciali. Le forniture russe alimentano una parte crescente di queste attività: dall’inizio del 2022, gli operatori della città hanno acquistato oro proveniente dalla Russia per circa 35 miliardi di dollari.
Per continuare a vendere oro dopo il ritiro degli operatori occidentali, i produttori russi avevano bisogno di imprese che lo consegnassero ai nuovi compratori. Una di queste era VPower Finance Security, società di Hong Kong specializzata nel trasporto di denaro e metalli preziosi. Tra maggio 2022 e marzo 2023 partecipò al trasporto di 20,5 tonnellate di oro russo verso Hong Kong e la Cina continentale, per un valore di circa 1,2 miliardi di dollari. Secondo i documenti doganali esaminati da Reuters, quasi tutte le spedizioni su quella rotta passavano attraverso i suoi servizi.
Nel giugno 2024 gli Stati Uniti hanno sanzionato VPower, accusandola di trasportare oro di Polyus, il maggiore produttore russo, già colpito dalle sanzioni americane. Il provvedimento riguardava anche altre società che, secondo il Tesoro statunitense, aiutavano a far arrivare in Russia il denaro delle vendite nascondendone la provenienza. Le accuse distinguevano i compiti: VPower si occupava del trasporto, mentre altri intermediari gestivano i pagamenti.
Nella ricostruzione del Tesoro americano, il denaro passava attraverso società di Hong Kong e degli Emirati Arabi Uniti prima di rientrare nel sistema finanziario russo. Questi passaggi servivano a rendere meno riconoscibile il legame tra i pagamenti e l’oro venduto dal produttore sanzionato. Parte delle somme veniva convertita in criptovalute. Washington cercava così di ostacolare sia le consegne sia la possibilità per il produttore russo di incassare.
Dopo le sanzioni americane, VPower è stata espulsa anche dalla London Bullion Market Association, l’associazione che riunisce gli operatori del mercato londinese dell’oro e ne stabilisce gli standard. Il provvedimento riguardava però una singola società, mentre restava difficile ricostruire l’insieme delle esportazioni russe. Dopo l’invasione dell’Ucraina, Mosca aveva smesso di pubblicare dati commerciali dettagliati. Per sapere quanto oro vendesse e a chi, bisognava quindi consultare le statistiche dei paesi compratori, che non offrivano un quadro completo.
Nel primo semestre del 2025, la Cina aveva importato metalli preziosi russi per un miliardo di dollari, quasi il doppio rispetto allo stesso periodo del 2024. Nel totale rientrano anche l’argento e i minerali da lavorare per estrarne il metallo. Le imprese cinesi offrono dunque uno sbocco anche a queste forniture, dopo la perdita dei clienti occidentali. Il valore degli acquisti non ci dice però quanto materiale in più sia arrivato in Cina: la spesa può crescere sia perché aumentano le quantità, sia perché sale il prezzo dei metalli.
Le autorità cinesi vogliono che Hong Kong diventi un luogo dove gli investitori di tutto il mondo concludano affari sull’oro, oltre a comprarlo e custodirlo. A luglio la città ha avviato un sistema centrale per gestire i pagamenti e il trasferimento della proprietà del metallo tra venditori e compratori. Ha inoltre rilanciato i futures in dollari: contratti che permettono di fissare oggi il prezzo di un acquisto o di una vendita futura, proteggendosi dalle oscillazioni del mercato.
Sono allo studio anche contratti in yuan, la moneta cinese. L’obiettivo è attirare più operazioni a Hong Kong, facendo crescere gli affari delle banche e degli intermediari della città. Per Pechino sarebbe anche un modo per favorire l’uso dello yuan negli scambi internazionali, attraverso un mercato dell’oro aperto a forniture e investitori di ogni provenienza.
Hong Kong ha guadagnato terreno anche perché commerciare oro russo attraverso Dubai è diventato più difficile. Nei primi mesi dopo l’invasione, gli Emirati Arabi Uniti avevano accolto una parte consistente delle forniture escluse dai mercati occidentali. Un’inchiesta di Reuters firmata da Peter Hobson, basata su quasi mille spedizioni tra il 24 febbraio 2022 e il 3 marzo 2023, aveva individuato 75,7 tonnellate entrate nel paese, per 4,3 miliardi di dollari, contro appena 1,3 tonnellate nell’intero 2021.
Già nel 2023, però, gli Emirati avevano rafforzato i controlli sui pagamenti per rispondere alle contestazioni internazionali sulle carenze nella lotta al riciclaggio. Le verifiche sui bonifici e sulle operazioni in contanti rendevano più complicato pagare gli esportatori russi. A maggio, le sanzioni americane contro grandi produttori come Polyus avevano ulteriormente scoraggiato banche e commercianti locali. Transguard aveva annunciato di aver interrotto i trasporti di oro russo, mentre alcuni compratori con sede a Dubai avevano cominciato a far consegnare il metallo a Hong Kong.
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