Meloni: sull’Ai servono regole globali. Difendiamo la verità, il lavoro e l’uomo


Cari colleghi, la nostra civiltà ha attraversato passaggi che hanno ridisegnato il destino delle nazioni: la scoperta del fuoco, l’invenzione della stampa, l’avvento del vapore e dell’energia elettrica, internet. Ognuna di queste transizioni ha ampliato i confini delle possibilità umane. Vale anche per l’intelligenza artificiale, che non è semplicemente l’ennesima rivoluzione industriale; è la rivoluzione tecnologica più dirompente della storia del genere umano. Solo che, per la prima volta non stiamo creando uno strumento per amplificare la nostra forza fisica o la nostra velocità di calcolo, ma stiamo delegando a una macchina una funzione che finora ha definito la specificità stessa dell’essere umano: il pensiero. Ora, queste non sono parole mie, sono parole scritte da un algoritmo a cui ho chiesto di formulare un’introduzione sulla base di alcune semplici indicazioni.

Il piccolo esperimento che avete appena vissuto rivela qualcosa di più profondo di una curiosità tecnica. La sfida non è soltanto la disinformazione: i falsi, le notizie inventate, i deepfake. È qualcosa di più radicale: quando un sistema di AI produce un testo perfetto, coerente, convincente, ma inventato, chi è in grado di riconoscerlo? Non il cittadino comune. Non il giornalista. Non il tribunale.

La democrazia funziona perché esiste un accordo minimo su cosa sia un fatto, su chi abbia il diritto di attestarlo, su dove ci si possa rivolgere per contestarlo. Quando quelle certezze scompaiono, non è semplicemente l’informazione a essere in pericolo: è la base comune di realtà che ci consente di discutere razionalmente dei problemi, e di governarli. Vivere in un mondo nel quale non si distingue più cosa sia vero da cosa sia falso è semplicemente rinunciare alla base della democrazia. Perché l’opinione non la genera quello che sei, dici e fai, ma quello che chi detiene il controllo della tecnologia decide di dire che sei, fai e dici. La domanda che pongo a questo tavolo è: condividete il problema? quale soluzione proponete voi? E soprattutto: siamo disposti a concordare standard globali vincolanti per la tracciabilità dei contenuti generati da AI, o lasciamo che il mercato decida da solo cosa debba contare come vero?

Abbiamo bisogno di una bussola morale per non perderci e questa bussola non può che essere un “umanesimo tecnologico” con l’uomo, i suoi diritti e i suoi bisogni, al centro. Ma l’umanesimo tecnologico non può rimanere un manifesto filosofico. Deve farsi azione politica. Se la verità è minacciata dalla post-verità, se l’algoritmo rischia di esautorare l’intelletto, se la macchina rischia di sostituire il lavoratore a tutti i livelli, abbiamo il compito di tracciare e difendere i confini di questa sovranità umana.

È un impegno comune che possiamo declinare su tre linee di faglia cruciali, sulle quali desidero conoscere l’opinione dei rappresentanti delle grandi aziende tecnologiche oggi presenti: primo, la dignità del lavoro. Per la prima volta nella storia, la macchina non allevierà semplicemente la fatica dell’uomo, ma c’è il rischio che lo privi del suo lavoro, della sua utilità sociale e della sua stessa identità. Uno shock del genere colpirebbe al cuore il lavoro intellettuale e le professioni cognitive, minacciando di svuotare e impoverire la nostra classe media.

Il reskilling è necessario, ma non sufficiente. C’è un problema che nessun programma di formazione risolve: se l’Ai sostituisce il lavoro su larga scala, gli Stati perdono le entrate con cui finanziano la loro stessa capacità di risposta. Chi perde il lavoro non paga contributi. Chi non lavora non versa imposte sul reddito. Tuttavia, il valore non scompare: si concentra nelle mani di un ristretto numero di soggetti. Si verticalizza. La domanda che pongo, qui, è: come si compensano questi squilibri? Quale è il potere che la politica può mettere in campo, e quale l’impegno che le grandi aziende possono assicurare?

Secondo, il salto quantico dai semplici bot ai moderni Ai Agent. Oggi non parliamo più di sistemi che rispondono a comandi. Parliamo di agenti autonomi che pianificano, decidono e agiscono in sequenze che nessun essere umano ha supervisionato passo per passo. E che non hanno regole relativamente a tutto quello che non è stato espressamente specificato. Questi sistemi sono già operativi in ospedali, banche, infrastrutture critiche. Quando uno di questi agenti causa un danno, e accadrà, chi è responsabile? Chi ha scritto il programma? L’azienda che lo ha venduto? Quella che lo ha applicato? L’utente che ha dato l’istruzione iniziale? La risposta onesta, oggi, è: nessuno. Ma se non siamo capaci di rispondere a questa domanda prima di dispiegare questi sistemi – e probabilmente è già tardi – stiamo costruendo una tecnologia che nessuno controlla e per cui nessuno sarà chiamato a rispondere.

Terzo, la tutela dei dati e della persona attraverso la certezza dell’identità digitale. Dobbiamo porci una domanda che ha rilievo sul piano della sicurezza, sia a livello nazionale, sia a livello di singolo individuo che agisce nella rete: come facciamo a sapere che un utente con il quale interagiamo online è una persona reale e non un profilo sintetico? Abbiamo il dovere di difendere la dignità personale da forme degradanti di manipolazione come i deepfake, una minaccia odiosa per i cittadini e per la stabilità delle istituzioni, di cui io stessa sono stata vittima. È tempo di adottare sistemi di filigrana digitale e certificazione degli utenti che proteggano la verità dall’assedio della finzione.

Mi scuso per avere più domande che risposte, ma spero che almeno qui qualcuno sia in grado di rispondere a questi timori in modo convincente. Dopodiché l’ultima domanda, invece, è prevalentemente per i colleghi. Alcuni, qui, pensano che limitare, regolando, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale possa compromettere il vantaggio competitivo che la tecnologia comporta, vantaggio competitivo che oggi è soprattutto occidentale. Ma siamo sicuri che durerà? Se è vero come è vero che l’Ai è soprattutto un moltiplicatore di dati, siamo sicuri che sulla lunga distanza non saranno i regimi ad avere la maggiore quantità di dati da processare, non avendo le regole, ad esempio di tutela della privacy, previste nei sistemi democratici?

Mi fermo qui, colleghi. E spero davvero di poter contare su risposte convincenti su questi interrogativi.


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