Dietro ogni modello linguistico, dietro ogni immagine generata in pochi secondi, c’è un cantiere. Cavi elettrici da posare, quadri di media tensione da collegare, impianti di raffreddamento da installare. La narrazione dominante sull’intelligenza artificiale racconta algoritmi, chip e potenza di calcolo, ma il collo di bottiglia più concreto della rivoluzione AI non è nel software: è nella disponibilità di elettricisti, tecnici HVAC, saldatori e installatori di sistemi ad alta tensione. Un paradosso che gli analisti finanziari hanno iniziato a documentare con numeri precisi, e che riguarda ormai anche l’Italia.
Un report del 2026 di Goldman Sachs Alternatives che è a dir poco controcorrente rispetto al modo in cui la catena del valore dell’AI è stata più comunemente vista afferma che nell’industria attualmente il 90% dei ricavi dell’AI è raccolto da produttori di chip, semiconduttori e memorie, mentre questi comparti non sono i veri fattori limitanti l’espansione dell’AI. I veri colli di bottiglia sono molto più fondamentali: energia, infrastrutture della rete elettrica, componenti ad alta tensione, sistemi di raffreddamento e servizi infrastrutturali che, pur ora fornendo solo il 10% del fatturato totale, saranno il fattore decisivo per sostenere l’espansione futura del settore. Fortune ItaliaFortune Italia
Data center e carenza di operai: il collo di bottiglia
Non si tratta di un’affermazione isolata. Il JLL 2026 Global Data Center Outlook prevede la crescita del settore che porterà all’aggiunta nel mondo di circa 97 GW di capacità tra il 2025 e il 2030, praticamente raddoppiando la capacità nel mondo. McKinsey prevede che gli investimenti complessivi nei data center potrebbero toccare i 6,7 trilioni di dollari a livello mondiale entro il 2030, mentre Dell’Oro Group stima che solo nel 2026 l’investimento in capex supererà i 400 miliardi di dollari. Cifre enormi, che però cozzano con una realtà molto meno digitale: quella dei cantieri.
Carenza di operai nei data center negli Stati Uniti
Il caso statunitense è il più studiato e quello a cui maggiormente si fa riferimento come modello passibile di imitazione. Secondo Associated Builders and Contractors, il settore edilizio americano avrebbe bisogno di circa 349.000 nuovi lavoratori solamente nel 2026, mentre l’Information Technology and Innovation Foundation stima un deficit di 439.000 posizioni, dati supportati da più di 400 data center che sono al momento in costruzione. L’analisi condotta da iRecruit, invece, prevede addirittura che si potrà arrivare ad un deficit di 499.000 unità lavorative entro il 2026 e il problema deve fare i conti con il fatto che il 41% della forza lavoro attuale del settore uscirà dalla propria carriera lavorativa per andare in pensione entro il 2031.
Ritardi nei cantieri e pressione sulla rete elettrica
I suoi effetti si iniziano a vedere nei cantieri edili. Il presidente di Microsoft, Brad Smith, ha additato recentemente la scarsità di elettricisti come il più grande impedimento all’espansione dei data center negli Stati Uniti: Microsoft sarebbe intenta a utilizzare elettricisti in grado di percorrere fino a 120 chilometri per arrivare ai siti di costruzione, o addirittura a spostarsi temporaneamente per ricoprire le posizioni vacanti. Anche Oracle, che sta realizzando infrastrutture per OpenAI – ha posticipato le scadenze di completamento di alcuni progetti dal 2027 al 2028, citando la carenza di manodopera come fattore concorrente, riporta Bloomberg (la società ha più tardi contestato la narrazione, dichiarando che i progetti rimangono in programma).
Bloomberg ha confermato la situazione critica del settore in un’indagine del luglio 2026: dopo diversi trimestri di ordini record, la carenza di manodopera specializzata sta spingendo al limite la crescita delle aziende che costruiscono data center negli Stati Uniti, con una penuria di elettricisti, operai di fonderia e supervisori edili che costringe alcune aziende a rifiutare ordini o a sottrarre attrezzature a imprese più piccole per rimanere a galla. Darrell West, ricercatore senior presso il Center for Technology Innovation della Brookings Institution, ha definito la carenza di elettricisti “abbastanza grave” e diffusa in tutto il paese, un ostacolo importante alla costruzione di data center.
Le previsioni energetiche rendono il quadro ancora più caotico. Si prevede che entro il 2028 si registrerà un deficit di 45 gigawatt di infrastrutture elettriche dedicate ai data center, con 72 gigawatt di nuova capacità previsti entro il 2030. Ciò equivale alla capacità di 72 grandi centrali nucleari. Oltre 3.400 data center sono in fase di progettazione o costruzione su una rete elettrica che non è strutturalmente progettata per supportarli.
In termini di occupazione, Goldman Sachs stima che entro il 2030 saranno necessari altri 760.000 dipendenti nel settore energetico e delle reti, di cui oltre 207.000 per una rete specializzata di trasmissione e distribuzione. Questa rete richiede dai tre ai quattro anni di formazione per coloro che andrebbero a lavorare – perché proprio ora? – in un settore che necessita chiaramente di una formazione specialistica e che, di fatto, non esiste ancora.
Non sorprende che i salari stiano salendo rapidamente: in mercati chiave come la Northern Virginia, hub storico dei data center statunitensi, gli elettricisti arrivano a guadagnare oltre 120.000 dollari l’anno, mentre secondo il Bureau of Labor Statistics l’occupazione nel settore crescerà dell’11% tra il 2023 e il 2033, un ritmo superiore alla media di tutte le occupazioni, ma comunque insufficiente rispetto alle circa 80.000 posizioni da elettricista che si aprono ogni anno.
Data center in Italia e bisogno di tecnici specializzati
Stando a quanto riportato da Repubblica, rilanciando i dati dell’Italian Data Center Association, il 2026 rappresenterà un anno cruciale per il settore in Italia, con un tasso di crescita atteso a due cifre, +15%, quasi un unicum nel contesto europeo. La nazione si sta affermando come hub strategico tra Europa, Africa e Asia, con Milano e Roma poli dell’hyperscale investing. Sono 110 MW i mega per cui è previsto un ulteriore accumulo nel 2025, 250 MW nel 2026, più di 1 GW nel 2028 e fino a 2 GW entro il 2031 — che rappresenterebbe un aumento del 600% rispetto al 2024 — con un investimento di 21,8 miliardi di euro nei prossimi cinque anni, riporta il presidente dell’Associazione Italiana Data Center, Sherif Rizkalla, che parla apertamente di “superciclo infrastrutturale”.
Secondo la stessa analisi, iniziative private di intermediazione come Convivium riescono a intercettare tecnici già formati che cercano l’opportunità giusta, ma non possono generarne di nuovi dove non esistono: il gap, stimato attorno al 70%, si chiuderebbe solo con investimenti pluriennali nella formazione tecnica secondaria e terziaria e con politiche industriali capaci di orientare i giovani verso le discipline richieste dalle aziende.
Formazione tecnica per i data center: scuola e ITS
Il legislatore italiano sembra aver compreso il legame tra crescita dei data center e istruzione. Una recente riforma in materia di data center riportata da Orizzonte Scuola non si sofferma soltanto sugli aspetti autorizzativi ed energetici: al comma 3 il Parlamento dà al Governo il compito di incentivare, senza nuovi o maggiori oneri per i conti pubblici, programmi educativi specifici collegati ai settori dei data center e dell’intelligenza artificiale, individuando negli ITS Academy uno snodo strategico per allineare l’offerta formativa alle richieste tecniche dei territori nei quali saranno ospitati nuovi centri di elaborazione dati.
Prevede anche, la norma, percorsi che comprendono lo stage, borse di studio e dottorati industriali, e la collaborazione con enti di alta formazione, operatori privati e soggetti del Terzo settore: si arriva così a un ulteriore ampliamento della formazione continua per il personale della pubblica amministrazione coinvolto nelle procedure, e in questo caso parliamo di valutazioni ambientali.
Gli Istituti Tecnologici Superiori (ITS), accreditati dal Ministero dell’Istruzione e del Merito, costituiscono ancora oggi il canale più diretto per formare tecnici immediatamente spendibili nel mercato del lavoro in quanto orientano la formazione al mondo produttivo: percorsi post diploma, spesso senza costi per gli studenti, indirizzati a competenze immediatamente spendibili in ambito ICT e di infrastrutturazione. A queste si aggiungono le borse di studio “Data Center Talent” precipuamente lanciati dall’Italian Data Center Association in partnership con DatacenterDynamics, riservate a neolaureati in ingegneria industriale, elettromeccanica e manifatturiera e a studenti di ultimo anno degli ITS.
Operai e AI: un’opportunità nel lavoro tecnico
Il rovescio della medaglia, sottolineato dagli osservatori internazionali, è che questa carenza rappresenta anche un’occasione concreta per chi sceglie i mestieri tecnici in un momento in cui l’automazione mette sotto pressione altre professioni. Mentre l’intelligenza artificiale ridisegna il lavoro d’ufficio, le figure che costruiscono la sua infrastruttura fisica — elettricisti, tecnici delle reti, installatori di sistemi di raffreddamento — vedono salari in crescita e domanda strutturale, non ciclica.
È il paradosso più evidente dell’economia digitale contemporanea: più cresce l’automazione cognitiva, più aumenta il bisogno di manualità qualificata. La sfida, per l’Italia come per gli Stati Uniti, non è più solo tecnologica o energetica: è, prima di tutto, educativa.
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