TARANTO – Il tavolo ex Ilva a Palazzo Chigi è congelato, almeno fino alla settimana prossima, quando sarebbe previsto un nuovo incontro, mentre per la giornata di venerdì 18 è stato convocato un vertice coi sindacati al ministero del Lavoro per discutere degli strumenti di tutela occupazionale illustrati dal governo.
Slitta però il decreto con le misure a sostegno dei lavoratori dell’indotto che proprio il governo intendeva presentare oggi – 16 settembre – in Consiglio dei ministri, in attesa, a questo punto, della pronuncia della Cassazione, fissata per il 20 ottobre, sulla chiusura dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto, disposta dalla Corte d’Appello di Milano.
Intanto, le 28 aziende dell’indotto ex Ilva hanno deciso di sospendere i 2.500 licenziamenti, almeno sino alla pronuncia della Corte di Cassazione. “Chiederò una sospensiva dei licenziamenti sino all’udienza della Cassazione, c’è un minimo di continuità, c’è un barlume di continuità perché penso che almeno sino ad allora gli altiforni saranno tenuti in preriscaldo”, ha detto Nicola Convertino, presidente di Aigi, associazione di imprese che lavorano con l’ex Ilva.
I sindacati, nonostante il blocco dei licenziamenti, insistono con le loro richieste iniziali: “Il governo garantirà con un decreto gli ammortizzatori sociali, è un passo importante nell’emergenza ma non è la soluzione dei problemi” ha detto Michele De Palma, segretario generale Fim-Fiom.
“Abbiamo ribadito al governo che è necessario il confronto sul piano industriale e la decarbonizzazione, e questo può farlo un soggetto pubblico” ha aggiunto De Palma.
Secondo Ferdinando Uliano, segretario generale della Fim Cisl, “ci sono ancora aspetti da chiarire rispetto al tema degli ammortizzatori, e non ci è stato ancora illustrato un piano per il futuro di Ilva. Noi abbiamo ribadito che ci devono essere delle declinazioni precise rispetto all’assetto proprietario, per noi è importante la presenza dello Stato in maniera maggioritaria”.
Il segretario generale Uilm, Davide Sperti, “il governo ha mostrato la volontà di intervenire per le imprese dell’indotto, sia con il riconoscimento dei crediti pregressi, sia attraverso un ammortizzatore straordinario unico in deroga, quindi mi aspetto che le aziende blocchino i licenziamenti. Questo incontro ha rappresentato una discontinuità”.
Il governo ha quindi chiarito che, alla luce di quanto emergerà sul piano giudiziario, sarà possibile definire con maggiore precisione il perimetro degli interventi da assumere, sia sul terreno delle tutele sia rispetto al percorso industriale.
“Nel frattempo registriamo alcuni passi avanti” ha riferito l’Usb. “Sul piano occupazionale sono stati finalmente messi sul tavolo strumenti straordinari per Acciaierie d’Italia in AS e per i lavoratori dell’indotto. Sarà necessario entrare nel merito delle misure già venerdì, verificando soprattutto che nessun pezzo del perimetro occupazionale venga escluso e che le garanzie siano realmente adeguate alla durata della transizione”.
“Consideriamo inoltre positivo che la nuova situazione abbia determinato o determinerà a breve – a detta del governo – una paventata frenata delle procedure di licenziamento avviate dalle imprese dell’indotto”.
Per USB resta fermo il principio che la gestione di questa fase deve partire dalla salvaguardia dei rapporti di lavoro e dal blocco dei licenziamenti.
Il problema di fondo, tuttavia, resta aperto. “Quello che emerge ancora oggi è un quadro prevalentemente emergenziale: ammortizzatori sociali, incentivi, strumenti di accompagnamento e reindustrializzazione vengono costruiti come un ponte verso una soluzione che dovrebbe arrivare attraverso la gara. Ma un ponte ha senso soltanto se è chiaro dove deve portare. Ed è proprio questo che continua a mancare. Non sappiamo ancora quale capacità produttiva di acciaio il Governo consideri strategica per il Paese, quale debba essere la configurazione futura degli impianti, se e quale ruolo debba avere il DRI, quanti forni elettrici siano necessari, quali siano gli investimenti pubblici previsti e, conseguentemente, quale occupazione dovrà essere garantita dopo la vendita”.
“Oggi la definizione concreta di questi elementi continua ad apparire subordinata alle offerte che presenteranno i soggetti privati. Per USB il percorso deve essere esattamente opposto. Deve essere lo Stato a stabilire prima quale siderurgia serve al Paese, quali volumi produttivi devono essere garantiti, quali tecnologie devono comporre il processo di decarbonizzazione, quale ruolo devono avere Taranto e gli altri stabilimenti e quale livello occupazionale deve essere salvaguardato. Solo dentro questa cornice può essere valutata qualsiasi offerta privata”.
Se il DRI è strategico, “non può dipendere dalla volontà del futuro acquirente. Se servono determinati livelli produttivi e occupazionali, questi devono essere una condizione della cessione e non una conseguenza del piano industriale presentato da chi acquisterà gli impianti. Per questo continuiamo a chiedere al Governo maggiore coraggio. Non è sufficiente che lo Stato finanzi gli ammortizzatori, la reindustrializzazione, le infrastrutture e la decarbonizzazione per poi lasciare al mercato la decisione finale sul futuro produttivo della più importante realtà siderurgica del Paese. Il ruolo pubblico deve essere industriale, non soltanto finanziario. Il tavolo della prossima settimana dovrà quindi servire a fare un passo ulteriore: superare definitivamente la logica della gestione dell’emergenza e indicare quale sia il progetto che lo Stato considera irrinunciabile per il futuro di Acciaierie d’Italia e della siderurgia italiana”.
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