Ieri festeggiava l’intelligenza artificiale. Oggi annuncia 670 FTE di personale in eccedenza e mette sul tavolo la possibilità di aprire una procedura di licenziamento collettivo.
Il calendario, ogni tanto, ha un senso dell’umorismo tutto suo.
La nuova bomba sulla vertenza Konecta è arrivata venerdì 11 settembre con una Pec inviata a Slc Cgil, Fistel Cisl, Uilcom Uil e Ugl Telecomunicazioni e, per conoscenza, al Mimit e al Ministero del Lavoro. Oggetto: “Informativa preventiva situazione occupazionale”. Dentro, parole che lasciano poco spazio alle interpretazioni. Secondo l’azienda, la crisi del settore CRM/BPO sta provocando una forte riduzione di fatturato e marginalità per effetto della contrazione dei volumi di lavoro, dell’evoluzione tecnologica, delle mutate esigenze dei clienti, dei piani di riorganizzazione delle società committenti e di una concorrenza sempre più feroce, mentre il costo del lavoro cresce senza riuscire a essere trasferito sui prezzi.
Fin qui l’analisi. Poi arrivano i numeri. Ed è lì che cambia tutto.
Konecta scrive che gli interventi messi in campo nel 2025 e nel 2026, tra ammortizzatori sociali e procedure collettive di gestione degli esuberi, non sono bastati. L’azienda dichiara quindi di dover affrontare «con la massima tempestività» una nuova eccedenza pari a 600 FTE di personale operativo e altri 70 FTE di personale indiretto e staff, distribuiti sull’intero territorio nazionale. FTE significa Full Time Equivalent: l’equivalente di 670 lavoratori a tempo pieno. Siccome nel mondo dei call center il part-time è tutt’altro che una rarità, il numero delle persone fisicamente coinvolte potrebbe essere anche superiore.
Konecta spiega anche perché ritiene necessario intervenire: bisogna salvaguardare la “sostenibilità del conto economico aziendale” e, attraverso quella, la continuità occupazionale del resto dell’azienda. In soldoni: per cercare di mettere in sicurezza quello che resta, bisogna tagliare ancora.
Non è ancora stata aperta formalmente una procedura di licenziamento collettivo. Non ancora. Prima c’è il tavolo nazionale già fissato per martedì 15 settembre, quando azienda e sindacati proveranno a «esplorare ogni possibile soluzione». Subito dopo, se non ne uscirà una, Konecta potrà procedere sulla base della legge 223 del 1991, quella che disciplina i licenziamenti collettivi.
Appena ricevuta la comunicazione, le segreterie piemontesi di Slc Cgil, Fistel Cisl e Uilcom Uil l’hanno girata ai lavoratori. Chiedono che questa volta Mimit e Ministero del Lavoro «prendano seriamente in carico la crisi del settore e partecipino attivamente anche alla discussione», affinché «non siano sempre i dipendenti di Konecta a pagare».
Per Ivrea, però, non è una storia cominciata oggi. È soltanto l’ennesimo capitolo di una vertenza che va avanti da nove mesi e nella quale, ogni volta che sembra comparire la parola “fine”, salta fuori un’altra pagina.
Tutto comincia il 5 dicembre 2025, quando Konecta presenta il nuovo piano industriale annunciando l’intenzione di concentrare nella sede torinese di strada del Drosso le attività piemontesi. Significa chiudere Ivrea e Asti e trasferire nel capoluogo oltre mille lavoratori: circa 700 da Ivrea e 400 da Asti. Poco prima di Natale il quadro si fa ancora più pesante: in Piemonte si parla di 150 esuberi su circa 1.600 dipendenti e di 1.100 persone da spostare. Secondo i sindacati, il 65 per cento degli addetti lavorava part-time con stipendi intorno ai 700 euro al mese e il 70 per cento era composto da donne. Andare tutti i giorni da Ivrea o Asti a Torino, con quelle buste paga, non è esattamente il premio produzione dell’anno.
A gennaio arrivano lo sciopero e la manifestazione sotto il grattacielo della Regione. A febbraio una prima schiarita: le uscite sarebbero avvenute soltanto su base volontaria e sull’accorpamento viene istituito un tavolo permanente. Poi, il 17 aprile, la svolta. Dopo 213 esodi incentivati – 107 a Ivrea, 93 ad Asti e 13 a Torino – Konecta annuncia che l’accorpamento delle tre sedi può essere tolto dal tavolo. Ivrea e Asti sono salve. O almeno così sembra. Perché nello stesso incontro l’azienda mette subito un asterisco, sottolineando le criticità sulle attività documentali e sul back office non telefonico.
L’asterisco diventa rapidamente grande quanto tutta la pagina. A maggio, nella sede di Ivrea, circa 40 lavoratoririsultano ancora a rischio trasferimento a Torino. Sono gli addetti al back office non telefonico, compresi lavoratori definiti “non cuffiabili” o solo parzialmente cuffiabili. Nella sede eporediese sono rimaste 555 persone. Prima del 2020, compresi i somministrati, erano circa 1.200. In sei anni, quindi, è sparita più della metà dell’occupazione che ruotava intorno all’ex Comdata.
Ad Asti succede qualcosa di molto simile. A maggio Konecta annuncia il trasferimento verso Torino di 76 dipendentidei reparti di gestione documentale e back office: 29 nel primo e 47 nel secondo. La sede, che a dicembre contava circa 400 persone, era già scesa a 299 lavoratori, compresi 29 somministrati. La filiale non chiude più. Semplicemente si svuota.
I trasferimenti, inizialmente fissati per il 1° luglio, vengono successivamente rinviati a ottobre. L’azienda conferma la volontà di procedere, concedendo tre mesi in più alla trattativa con sindacati e istituzioni. E proprio in questi giorni ad Asti la paura è tornata a salire. L’incontro territoriale previsto alla Confindustria di Ivrea è stato rinviato perché prima si attendono le linee generali del confronto nazionale. Intanto i dipendenti astigiani sono ormai meno di trecento e il Comune sta perfino ragionando sulla possibilità di affidare a Konecta lavori di digitalizzazione delle pratiche amministrative pur di creare nuovi volumi e trattenere occupazione sul territorio.
Adesso, però, sopra la vecchia partita dei trasferimenti è caduto il macigno dei 670 FTE nazionali. Il tavolo del 15 settembre non servirà più soltanto a discutere dove debba lavorare questo o quel reparto. Bisognerà capire come Konecta intende distribuire le nuove eccedenze e quale conto presenterà al Piemonte.
E che il problema non sia soltanto piemontese lo dimostrano le altre vertenze aperte. A Livorno ci sono 76 dipendentilegati praticamente a un’unica commessa, il servizio clienti 187 di Tim. Per fronteggiare il crollo dei volumi sono stati applicati contratti di solidarietà fino all’80 per cento, con lavoratrici ridotte, secondo la Cgil, a lavorare appena sei o sette giorni al mese. Tim ha assicurato una quota dei volumi al massimo fino a dicembre, ma senza nuove commesse il futuro della sede è appeso a un filo.
A Padova e Corsico, invece, Konecta ha appena perso il servizio E.ON di Back Office Credit Management: dal 1° ottobre l’attività passerà a Deloitte Business Solutions. I sindacati hanno aperto la procedura per l’applicazione della clausola sociale. Anche qui, guarda caso, si parla di back office.
Il quadro generale era già stato messo nero su bianco a luglio da Slc Cgil, Fistel Cisl e Uil, che avevano stimato 2 mila posti a rischio nei call center piemontesi su circa 4 mila addetti complessivi. Praticamente uno su due. Nel mirino: automazione, intelligenza artificiale, delocalizzazioni e gare al massimo ribasso.
Ed eccoci all’ultima coincidenza.
Il 10 settembre, appena ventiquattr’ore prima della Pec sui 670 FTE, Konecta ha annunciato con soddisfazione di essere stata nominata da Frost & Sullivan “Company of the Year 2026” in Europa e America Latina nel settore della customer experience. Nel comunicato l’azienda esalta la propria trasformazione da tradizionale gestore di contact center a partner della trasformazione digitale, l’integrazione fra lavoratori e intelligenza artificiale, l’AI generativa e agentica, la piattaforma Kolibri e il piano Katalyst 2028, sostenuto da 150 milioni di euro di investimenti. Il gruppo dichiara oltre 109 mila dipendenti in 28 Paesi e circa 2 miliardi di euro di fatturato globale.
Ventiquattr’ore dopo, nella lettera indirizzata ai sindacati, tra le ragioni della riduzione dei volumi che porta ai nuovi esuberi compare anche “l’evoluzione tecnologica”.
A Ivrea, dopo la chiusura annunciata, 107 persone uscite con gli incentivi, la successiva “salvezza” della sede e i trasferimenti prima decisi e poi rinviati, sarà meglio aspettare ancora un po’ prima di stappare un’altra bottiglia.
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