«È facile dire “esci”.
È facile quando non senti quello che succede dentro.
Perchè da fuori non si vede niente.
E tutto quello che non si vede, sembra meno vero.
La mia casa non è solo la mia casa.
È il posto in cui mi sento al sicuro.
Il posto in cui sento che ho tutto sotto controllo o quasi.
Il posto in cui non devo chiedere il permesso.
Il posto in cui posso essere».
Aurora Striparo scrive e questo è il modo che ha di aprirsi al mondo. Vive a Scandiano, in provincia di Reggio Emilia, ha 17 anni e si è “ritirata” quando era in seconda media. In queste righe – solo un piccolo frammento della lettera che ha scritto alla “se stessa del futuro” – e in molte altre parole, racconta di sé e di tutti quelli come lei, che il mondo chiama “hikikomori”. Ragazze e ragazzi che si sono ritirati socialmente, di cui tanto si parla ma poco di conosce e si comprende.
Per questo, Aurora ha iniziato a scrivere e la sua prosa è stata notata a premiata al concorso ‘Adotta l’orso’ del Salone di Torino. Ritirare il premio è stata l’occasione – una delle poche – per uscire di casa. Ora ha deciso di aprire le porte della sua stanza alle telecamere, per la realizzazione di un docufilm del giornalista Stefano Ferrari, dedicato proprio ad accendere una luce su questo mondo. Perché raccontare è al tempo stesso il compito che Aurora si è data e un modo per partecipare a quel mondo in cui tanto, troppo, si è sentita fuori posto.
Ma come si fa a stare accanto a una ragazza che sceglie di ritirarsi? Quali sono i canali di comunicazione, quali le attenzioni che bisogna avere, quali gli spiragli che si possono aprire? Lo abbiamo chiesto alle persone che, a diverso titolo e da diversi punti di vista, fanno parte della vita di Aurora. In questo racconto a più voci, ci spiegano come vive chi “si ritira”. E cosa può fare chi gli sta accanto.
Roberta, la mamma
«I primi segnali sono arrivati già ai tempi delle elementari. In quel periodo vivevamo anche una situazione familiare particolare e Aurora aveva iniziato a non stare bene: c’erano momenti in cui non voleva andare a scuola, era molto nervosa e io mi rendevo conto che qualcosa non andava»: così Roberta Buffagni, la mamma di Aurora, racconta come si è accorta, all’inizio, che qualcosa non andava.

«Con lei ho sempre avuto un ottimo rapporto: anche nei momenti in cui stava peggio, non ha mai smesso di parlare con noi. Anzi, penso che questa sua capacità di comunicare sia stata uno dei suoi punti di forza». Grazie all’aiuto di tante persone, che sono state coinvolte in questo percorso, «oggi Aurora è molto tranquilla, anche se esce pochissimo. Passa le sue giornate leggendo, scrivendo e documentandosi su internet. E poi c’è lo sport, che segue con grande passione».
La preoccupazione è per il futuro, «ma cerco di non farmi tante domande. Una delle mie paure più grandi, da mamma, ogni tanto è pensare a cosa potrebbe succedere se un giorno io non ci sarò più. Ma oggi ciò che conta è che Aurora stia bene e che possa trovare, con i suoi tempi, ciò che la farà stare bene anche domani».
Ai genitori che colgono i primi segnali, la mamma di Aurora consiglia di «non ignorare e non avere paura a chiedere aiuto. E poi credo sia fondamentale ascoltare i propri figli: stare loro accanto quando vogliono parlare, ma imparare anche a rispettare i loro silenzi e i loro tempi».
Luca, il marito della mamma
«A differenza di mia moglie, io ho fatto più fatica ad accettare la situazione. All’inizio, quando vedevo Aurora passare tanto tempo davanti alla televisione o al computer, mi lamentavo spesso. Poi ci è stato spiegato che quello era uno dei pochi modi che aveva per rimanere in contatto con il mondo esterno, e piano piano ho iniziato a capire», racconta Luca, il marito della mamma, che vive con loro da quando Aurora aveva cinque anni. Era una bambina gioiosa e piena di vita. Vederla attraversare tanti momenti bui non è stato per niente facile», ammette.


Col tempo, Luca si è ritagliato un proprio ruolo in questa complicata storia: «Sono un tipo giocherellone, mi è sempre piaciuto prenderla un po’ in giro, farla tribolare e farle degli scherzi. Anche oggi cerco di stare con lei in questo modo, senza forzarla. Uno dei pochi modi per farla uscire di casa è portarla a fare un giro in macchina, perché le piace molto. Ed è quello che a volte facciamo insieme», racconta.
«Mia moglie in questi anni ha dedicato praticamente la sua vita ad Aurora. Ci sono momenti in cui non si capisce cosa sia giusto fare e ci si sente impotenti. Però penso che la cosa più importante sia esserci, avere pazienza e non mollare. Io avrei potuto mollare in qualsiasi momento, ma non l’ho fatto. Alla fine credo che l’amore abbia vinto su tutto».
Giulia e Arianna: le operatrici sociali
La cooperativa sociale Base è parte di questa storia: ma come lavorano, gli operatori sociali, con i ragazzi che hanno scelto di ritirarsi? Ce lo spiegano la vicepresidente, Giulia Ferretti, educatrice e la pedagogista della cooperativa, Arianna Rivi.
«Quando abbiamo iniziato a occuparci in maniera specifica di ritiro sociale, ci siamo resi conto che non potevamo improvvisare. Per questo, abbiamo formato un’équipe e intrapreso un percorso di formazione e supervisione con Loredana Cirillo, psicologa, psicoterapeuta del centro Minotauro di Milano e docente universitaria, che da anni si occupa di adolescenza e ritiro sociale. E abbiamo elaborato un protocollo operativo territoriale che mette in rete Comuni, servizi sociali, neuropsichiatria infantile, scuole e cooperativa», racconta Arianna Rivi.
Con i ragazzi e le ragazze, «lavoriamo a partire dagli interessi, le passioni, ciò che amano e in cui si sentono competenti. L’importante è innanzitutto creare un relazione di fiducia, perché sia questa stessa relazione a indicarci la strada».
I risultati non arrivano subito è questo è forse «l’ostacolo più grande», spiega Giulia Ferretti. «Nel lavoro educativo siamo abituati a progettare, stabilire obiettivi e verificare se li abbiamo raggiunti. Con il ritiro sociale questo schema spesso non funziona. A volte il risultato di mesi di lavoro è una piccola apertura che dall’esterno sembra quasi invisibile, ma per quella ragazza o quel ragazzo può rappresentare un passaggio enorme. Dobbiamo imparare a riconoscere anche cambiamenti che non coincidono necessariamente con il “tornare a scuola” o con il “tornare a uscire”. Il cambiamento spesso comincia molto prima che sia visibile agli occhi degli adulti», assicura.
La fretta insomma, mai come in questo caso è cattiva consigliera: «Lavorare con persone ritirate per un educatore significa innanzitutto imparare “a stare”, anche quando apparentemente non succede nulla. Mentre i genitori spesso chiedono di tornare a scuola, uscire, vedere gli amici, fare qualcosa, l’educatore deve attivare un percorso inverso: sospendere le richieste per poter mettersi in ascolto», spiega Giulia Ferretti. «I ragazzi devono poter ritrovare fiducia nelle proprie risorse e nella possibilità di stare nel mondo: poi arriveranno anche il ritorno a scuola, le relazioni, le attività e l’uscita di casa».
Nel caso di Aurora, «una delle cose che abbiamo imparato è che a volte ciò che il ritiro sembra aver spento non è affatto scomparso. È lì, magari silenzioso e nascosto, ad aspettare che qualcuno sappia riconoscerlo e che trovi finalmente il tempo, lo spazio e il modo giusto per farlo emergere», conclude Giulia Ferretti.
Francesca, la volontaria
Francesca Ricci ha 56 anni, vive a Ravenna ed è insegnante di ruolo alle scuole superiori da 25 anni, alternando l’insegnamento della matematica a quello sul sostegno. «Attualmente mi occupo di sostegno, per poter dedicare maggiore attenzione e tempo a mia figlia Federica, anche lei in ritiro sociale al secondo stadio e certificata ai sensi della legge 104/92».
Federica ha frequentato il primo anno del Liceo Artistico con due insegnanti di sostegno, «ma le sue difficoltà relazionali e il sovraccarico emotivo sono stati tali da abbandonare la frequenza scolastica, già discontinua, all’inizio di novembre. A quel punto mi sono iscritta all’associazione Hikikomori Italia, che avevo conosciuto durante un’incontro informativo tenuto nel mio istituto e promosso da un gruppo di genitori volontari e da due psicologhe dell’associazione».
Francesca ha quindi iniziato a frequentare il gruppo di auto mutuo aiuto di genitori sul tema del ritiro sociale volontario ed è entrata in quella «utilissima community su WhatsApp con gruppi regionali e tematici, creata da Hikikomori Italia».


È qui che Francesca ha conosciuto la mamma di Aurora. «È nata un po’ alla volta un’amicizia, che ora è una condivisione quotidiana, seppur a distanza: è come se ci vedessimo tutti i giorni», assicura.
Francesca è amica e anche volontaria, pronta a stare accanto a Roberta tutte le volte che serve, «con la lucidità di una persona esterna e meno coinvolta emotivamente. Roberta accoglie sempre di buon grado le mie parole e i miei consigli e questo alimenta la nostra amicizia. Ovviamente ricevo lo stesso sostegno da parte sua. Che poi è questo il senso dei gruppi di auto mutuo aiuto».
Che fare? Consigli per genitori davanti ai primi segni
A chiudere questa carrellata di voci, abbiamo raccolto quella di Marco Crepaldi, fondatore e presidente dell’associazione Hikikomori Italia, al quale abbiamo chiesto di indicarci quale strada debba intraprendere un genitore di fronte ai primi segnali di ritiro del figlio, o della figlia.
«Innanzitutto contattarci, così che possiamo inserirli gradualmente all’interno di un gruppo di auto-mutuo aiuto, che li porti a sentirsi meno soli e a prendere consapevolezza delle strategie relazionali più efficaci nei casi di ritiro sociale volontario».
Accade però anche che siano gli stessi ragazzi a contattare l’associazione: «In quel caso, offriamo supporto psicologico, individuale o di gruppo, a seconda delle esigenze. Nella nostra esperienza, tuttavia, senza un coinvolgimento diretto della famiglia e la sua disponibilità a mettere in discussione determinati atteggiamenti, è molto difficile che un ragazzo riesca davvero a uscirne».
In particolare, «i genitori devono mettersi in discussione, senza colpevolizzarsi, ma nemmeno deresponsabilizzandosi. Quando un figlio imbocca la strada del ritiro sociale è facile farsi prendere dal panico e cedere alla tentazione di cercare delle soluzioni semplicistiche, come staccare Internet o usare strumenti coercitivi. Purtroppo però queste si rivelano non solo fallimentari, ma spesso anche peggiorative, perché contribuiscono a distruggere l’alleanza genitori-figli e a favorire il ritiro del giovane all’interno della camera da letto», spiega Crepaldi.
Ma la famiglia non basta, per affrontare il problema, sempre più diffuso, del ritiro sociale dei giovani. Innanzitutto, «la scuola deve essere flessibile: questo nuovo fenomeno richiede degli strumenti nuovi. Tra questi, la creazione di spazi protetti, all’interno dell’istituto, in cui chi non riesce a entrare in aula, a causa dell’ansia sociale e prestazionale, possano comunque recarsi, senza rimanere a casa e rischiare di cronicizzare i comportamenti di ritiro. Chiedo anche di dare molta più importanza allo sviluppo delle competenze socioemotive e relazionali. Nell’era digitale, dove l’informazione è ovunque, la scuola ha il compito primario di formare persone in grado di reggere le pressioni e le crescenti aspettative sociali».
Poi l’appello alle istituzioni: «Serve un intervento deciso e massiccio per sensibilizzare tutta la popolazione su questo fenomeno e formare gli operatori sociosanitari, nonché il personale docente, sulla cura e sulla prevenzione del ritiro sociale. Il Terzo settore può aiutare nel supporto alle famiglie e nella creazione di spazi di relazione extrascolastici, ma non può da solo sobbarcarsi il peso di una tale crisi sociale».
Per contattare l’associazione Hikihomori Italia, inviare una mail a [email protected], indicando anche la regione di residenza.
Qui il gruppo Facebook dei genitori
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