Un buono benzina da 100 euro può finire per costare molto più del suo valore. Il problema non è il voucher in sé, ma tutto ciò che il lavoratore ha già ricevuto durante l’anno. Carburante, buoni acquisto, beni concessi dall’azienda, bollette rimborsate, affitto e interessi sul mutuo possono infatti finire nello stesso contenitore fiscale. E basta superare la soglia prevista anche di pochi euro perché il vantaggio rischi di trasformarsi in una sorpresa nel conguaglio di fine anno.
Per i periodi d’imposta 2025, 2026 e 2027, la Legge di Bilancio 2025 ha fissato il limite complessivo di esenzione dei fringe benefit a 1.000 euro l’anno per la generalità dei lavoratori dipendenti e a 2.000 euro per quelli con figli fiscalmente a carico. Il primo errore da evitare è quindi considerare i buoni carburante come una categoria autonoma: nel 2026 non esiste un plafond fiscale separato riservato alla benzina.
Il loro valore deve essere sommato a quello degli altri beni e servizi ricevuti dal datore di lavoro e, nei casi previsti dalla disciplina vigente, anche alle somme erogate o rimborsate per le utenze domestiche del servizio idrico, dell’energia elettrica e del gas naturale, per l’affitto dell’abitazione principale e per gli interessi sul mutuo relativo all’abitazione principale.
In pratica bisogna tenere un unico conto progressivo durante tutto l’anno. Se un dipendente senza figli fiscalmente a carico riceve 600 euro di buoni benzina e altri 500 euro di rimborsi per le utenze, non può ragionare dicendo che entrambe le voci, prese singolarmente, sono inferiori ai mille euro. Il totale è 1.100 euro e quindi il limite è stato superato.
Ed è proprio qui che si nasconde l’aspetto più insidioso della normativa. Quella dei 1.000 o 2.000 euro è infatti una soglia e non una franchigia. Significa che, una volta oltrepassato il tetto applicabile, non viene assoggettata a tassazione soltanto la parte che eccede il limite, ma l’intero ammontare dei benefit interessati.
Basta un esempio per capire quanto possa cambiare il risultato. Un lavoratore senza figli a carico riceve nel 2026 450 euro di buoni benzina, altri 200 euro di buoni acquisto e 300 euro di rimborso delle bollette domestiche. Il totale arriva a 950 euro e resta quindi sotto la soglia ordinaria di 1.000 euro, lasciando appena 50 euro di margine.
Se l’azienda gli riconoscesse successivamente un altro buono acquisto da 40 euro, il totale salirebbe a 990 euro e continuerebbe a rimanere entro il limite. Se invece il nuovo benefit fosse da 100 euro, il conto arriverebbe a 1.050 euro. A quel punto non sarebbero imponibili soltanto i 50 euro eccedenti, ma l’intero valore di 1.050 euro entrerebbe nel reddito imponibile secondo le regole previste.
È un meccanismo che rende particolarmente importante conoscere il proprio totale prima di accettare o ricevere un ulteriore benefit negli ultimi mesi dell’anno.
La situazione cambia per i dipendenti che hanno figli fiscalmente a carico, perché per loro il limite sale a 2.000 euro. Immaginiamo una lavoratrice che abbia ricevuto 700 euro di buoni carburante, 350 euro di rimborso per l’affitto dell’abitazione principale, 400 euro di rimborso delle utenze domestiche e uno smartphone al quale viene attribuito fiscalmente un valore di 300 euro.
La somma raggiunge 1.750 euro e resta quindi entro il tetto, con un margine ancora disponibile di 250 euro. Se però prima della fine dell’anno l’azienda riconoscesse ulteriori 300 euro di benefit, il totale salirebbe a 2.050 euro e anche in questo caso scatterebbe il superamento della soglia, con le conseguenze fiscali sull’intero ammontare.
Per utilizzare il limite maggiorato è necessario che il lavoratore abbia figli nelle condizioni previste dalla normativa e comunichi questa situazione al datore di lavoro, indicando anche i relativi codici fiscali. In generale, un figlio è considerato fiscalmente a carico quando possiede un reddito complessivo non superiore a 2.840,51 euro, limite che sale a 4.000 euro per i figli di età non superiore a 24 anni. Il requisito deve essere verificato considerando l’intero periodo d’imposta.
C’è poi un’altra situazione nella quale il rischio di commettere errori aumenta sensibilmente: quella di chi nel corso dello stesso anno cambia azienda oppure ha contemporaneamente più rapporti di lavoro. Il limite dei fringe benefit, infatti, riguarda il lavoratore e non riparte automaticamente da zero ogni volta che cambia datore.
Un dipendente senza figli a carico che abbia ricevuto 600 euro di benefit dal primo datore di lavoro e 500 euro dal secondo arriva comunque a un totale personale di 1.100 euro. Ciascuna azienda potrebbe aver erogato un importo inferiore alla soglia guardando esclusivamente ai propri dati, ma il lavoratore nel complesso l’ha oltrepassata.
È uno dei motivi per cui, soprattutto quando esistono più Certificazioni Uniche, è necessario ricostruire tutti gli importi ricevuti nell’anno e comunicare tempestivamente al nuovo datore o all’ufficio paghe quanto già ottenuto altrove.
Il problema non riguarda soltanto l’imposizione sul reddito. Alcuni rimborsi possono avere conseguenze anche sulla dichiarazione fiscale. Se, per esempio, il datore di lavoro rimborsa una quota degli interessi sul mutuo dell’abitazione principale e quel rimborso rimane esente perché il totale dei fringe benefit resta entro il limite, la stessa somma non può essere utilizzata una seconda volta per ottenere anche la relativa detrazione fiscale.
Lo stesso principio vale per evitare che una medesima spesa generi due agevolazioni. Per questo diventa importante conservare bollette, contratto di locazione, quietanze, documentazione relativa al mutuo e dichiarazioni trasmesse all’azienda.
Il controllo più semplice consiste quindi nel tenere aggiornato durante l’anno un conteggio personale di tutto ciò che viene ricevuto, partendo dal 1° gennaio e senza fermarsi ai soli buoni benzina. Chi rientra nella soglia ordinaria deve sapere quanto manca ai 1.000 euro, mentre chi può usufruire del limite maggiorato deve monitorare i 2.000 euro.
Nel calcolo vanno inseriti i benefit riconosciuti da tutti i datori di lavoro e i rimborsi ammessi dalla normativa. Prima di accettare un nuovo voucher, soprattutto verso novembre o dicembre, vale quindi la pena chiedere all’ufficio paghe quale sia il valore progressivo già conteggiato.
Anche le aziende hanno interesse a effettuare questo controllo, mantenendo per ogni dipendente un prospetto aggiornato, raccogliendo le dichiarazioni necessarie per i figli fiscalmente a carico e chiedendo ai lavoratori di segnalare eventuali benefit già ricevuti da altri datori.
C’è infine una distinzione importante: il normale buono carburante concesso al dipendente non deve essere confuso con il rimborso chilometrico riconosciuto per una trasferta di lavoro, perché quest’ultimo risponde a presupposti e regole fiscali differenti.
E nel 2026 non esiste più neppure il vecchio bonus carburante autonomo da 200 euro che era stato introdotto temporaneamente nel 2022 e, con una disciplina differente, nel 2023. Oggi, nella generalità dei casi, i voucher utilizzabili per fare rifornimento finiscono nel grande contenitore dei fringe benefit.
Ed è proprio per questo che un buono apparentemente innocuo ricevuto a dicembre può diventare quello che fa saltare il limite: non conta soltanto quanto vale l’ultimo voucher, ma quanto si è già accumulato dall’inizio dell’anno.
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