Riso 2026, mercato, ricerca e gestione del rischio – Economia e politica


Senza troppi dubbi si può dire che il 2026 sia stato un anno funesto per il riso (Oryza sativa), secondo solo al 2022 per la portata delle sfide climatiche che questo cereale ha dovuto affrontare.

 

In Italia le regioni più vocate hanno, infatti, dovuto fare i conti con forti grandinate e un’intensa siccità (considerato lo stress abiotico di maggiore rilevanza). Questa situazione ha generato incertezza e volatilità sui mercati, che ora il comparto deve cercare di affrontare con maggiore flessibilità e capacità di adattamento.

 

Tutte queste tematiche sono state affrontate durante la seconda edizione di Risò – Festival Internazionale del Riso, che si è svolto a Vercelli dall’11 al 13 settembre 2026.

 

Come AgroNotizie® abbiamo partecipato alla tre giorni e in questo articolo approfondiamo lo stato attuale e le prospettive del mercato italiano, in che direzione sta andando la ricerca per rendere il riso più adattabile al clima e quali strumenti finanziari e assicurativi esistono per difendere le aziende.

 

Risicoltura italiana, numeri e prospettive per il 2026

Il settore in Italia conta 3.600 aziende risicole e circa 90 riserie che producono 1,4 milioni di tonnellate di risone (cioè il riso grezzo appena raccolto e non pulito) da cui si ottengono circa 850mila tonnellate di riso lavorato. A questi va sommato il prodotto di importazione che è di circa 250mila tonnellate, per un totale di 1.500.000 tonnellate da collocare su diversi mercati.

 

Vengono coltivate sei diverse cultivar di riso che sono Ribe, Arborio, Roma o Baldo, Carnaroli, Vialone Nano e Sant’Andrea. Tutte fanno parte della specie Oryza sativa, sottospecie (spp) japonica.

 

Le aree geografiche di produzione del riso sono Piemonte e Lombardia con le province di Vercelli e Pavia che rappresentano il fulcro produttivo, specialmente per Arborio, Carnaroli e Sant’Andrea. A seguire Veneto con Isola della Scala, famosa per la coltivazione di Vialone Nano, e poi Campania e Sardegna che sorgono come nuovi poli di innovazione agronomica.

 

Varietà di riso coltivate in Italia esposte a Risò

(Fonte: AgroNotizie®)

 

Il 40% del riso prodotto nutre il mercato nazionale, mentre il 60% viene esportato in altri Paesi. Di questo 60% il 50% viene esportato in Europa, mentre il 10% viene esportato in Paesi extra Ue posizionando il nostro Paese fra i primi produttori di riso.

 

La filiera è stata negli anni influenzata positivamente da diversi fattori. Per esempio, il ritiro del risone all’intervento (1997-2006), l’allargamento dell’Ue da 15 a 25 Stati membri che ha favorito l’export italiano, l’attivazione della clausola di salvaguardia sul riso importato da Myanmar e Cambogia (2019-2020) e la pandemia della covid-19 che ha portato ad un aumento dei consumi.

 

Dal 2025 sono emerse diverse problematiche far cui il tasso di cambio euro-dollaro, il costo dei noli marittimi e le quotazioni internazionali. All’inizio del 2026 poi si è aggiunto il blocco dello Stretto di Hormuz che ha fatto impennare il prezzo dei fertilizzanti e del gasolio agricolo.
Ci sono poi dei problemi strutturali che riguardano l’Unione Europea come, per esempio, insufficienti controlli sui prodotti importati.

 

A questi si sommano altri due fattori. Il primo riguarda i fenomeni meteorologici che incidono sempre più sulla coltura, come la già citata siccità che, secondo l’Ente Nazionale Risi, ha causato un abbassamento della falda freatica mai registrato negli anni precedenti.
Lo stesso Ente ha però sottolineato che quest’anno, a differenza di quanto avvenuto durante la siccità del 2022, i risicoltori non si sono fatti cogliere impreparati e hanno gestito l’acqua in modo efficiente.

 

Il secondo fattore riguarda invece il consumo di riso, aumentato del 40% dal 2006 al 2022 e rimasto stabile negli ultimi tre anni.

 

Quali sono le prospettive per il 2026?
Per le superfici, la stima è di 233.500 ettari, un valore molto vicino a quello del 2025, pari a 234.732 ettari. Per la produzione è ancora presto per avere stime precise. La scarsità delle precipitazioni dovrebbe avere un impatto negativo sulle quantità, ma non ai livelli registrati nel 2022. Per quanto riguarda i prezzi, invece, al momento non è ancora possibile fare delle stime.

 

Riso, la ricerca punta su microbioma, acqua e genetica

Per rendere la risaia il più possibile adattabile agli stress abiotici e biotici la ricerca sta prendendo diverse strade che comprendono lo studio del suolo e del microbioma, la gestione idrica e la genetica. Il Crea, per esempio, ha presentato diversi studi nell’ambito del progetto Micro4Life applicato alle filiere della vite e del riso.

 

Nel caso del suolo e del microbioma i ricercatori stanno valutando gli effetti dei Syncom (Synthetic Microbial Communities), cioè consorzi artificiali di più ceppi microbici ben selezionati e caratterizzati per ottenere una soluzione multi target. Questi ceppi promuovono la crescita della pianta, l’adattamento agli stress ambientali e la difesa contro i patogeni e le malattie; quindi, in agricoltura fungono da biofertilizzanti o biostimolanti.

 

Da questi studi il team di ricercatori è riuscito a selezionare in laboratorio un ceppo di Trichoderma, un genere di funghi benefici di cui alcuni ceppi sono autorizzati all’uso nella formulazione di prodotti per la nutrizione e la protezione delle piante coltivate. Secondo i ricercatori, il genere Trichoderma potrebbe essere vantaggioso contro il brusone, la malattia fungina più diffusa del riso.

 

Il ceppo selezionato dal team ha mostrato, su un ibrido di riso, di stimolare la crescita delle radici, rendendo più efficiente la ricerca di acqua e nutrienti. L’obiettivo futuro è testare questo ceppo in combinazione con altri consorzi microbici, per aiutare la coltura a superare condizioni di carenza idrica, salinità e ondate di caldo e, al contempo, a difendersi dalle principali malattie.

 

Essendo il riso una coltura che prospera in condizioni di allagamento si stanno valutando sistemi alternativi di irrigazione. In questo caso l’immersione tradizionale è stata confrontata con l’irrigazione a manichetta, fuori suolo e interrata.
I ricercatori hanno sottolineato che l’uso della manichetta comporterebbe un risparmio idrico vantaggioso senza influenzare negativamente la produzione ad ettaro di riso.

 

Infine, attraverso il miglioramento genetico si possono costituire nuove linee in grado di ottimizzare l’uso degli input agronomici, come l’azoto. L’obiettivo è quindi ottenere piante di riso capaci di mantenere produzioni elevate con dosi inferiori di fertilizzanti, riducendo sia i costi sia l’impatto ambientale.

 

I ricercatori hanno quindi esplorato la biodiversità genetica del riso e hanno trovato all’interno di Oryza indica uno specifico gene denominato NRT1.1B. I genotipi che possiedono questo gene utilizzano meglio l’azoto e tendono a stringere più facilmente associazioni con batteri e i funghi simbionti nel suolo.

 

Oryza indica non viene coltivata nei nostri areali, bensì come scritto nel paragrafo precedente coltiviamo Oryza sativa spp. japonica che però non possiede il gene NRT1.1B.
Per poter trasferire il gene target quindi il team di ricerca ha incrociato più volte il donatore Oryza indica con due varietà moderne (Ronaldo e Selenio).

 

Al termine degli incroci sono stati ottenuti ibridi di riso simili alle varietà moderne di partenza, ma con il carattere aggiuntivo derivato dal genotipo donatore. In pratica, una progenie in grado di produrre chicchi di qualità e, allo stesso tempo, di utilizzare l’azoto in modo più efficiente.

 

I risultati preliminari hanno mostrato che questi ibridi presentano una percentuale di clorofilla più alta rispetto ai genotipi che non possiedono il gene NRT1.1B. La clorofilla svolge un ruolo fondamentale nella fotosintesi, processo attraverso il quale la pianta produce l’energia necessaria ai suoi processi biologici.
Le piante saranno trebbiate a breve, dopodiché bisognerà attendere i risultati definitivi.

 

Oltre al miglioramento genetico “tradizionale” attraverso gli incroci, anche per il riso si è parlato del possibile impiego delle Tecniche di Evoluzione Assistita (Tea) per accelerare il processo di selezione di nuovi ibridi.

 

Riso, polizze e fondi contro i rischi climatici

Per fronteggiare la crisi climatica il risicoltore può mettere in atto due strategie: la difesa attiva e la difesa passiva.

 

Per difesa attiva si intende l’applicazione dei mezzi tecnici e delle tecniche agronomiche, mentre per difesa passiva si intende l’uso dei sistemi assicurativi per salvaguardare l’economia aziendale.

 

Da questo punto di vista, la filiera risicola è molto preparata: tre risicoltori su quattro risultano coperti da una polizza, per una superficie complessiva stimata di circa 180mila ettari. Sono soprattutto le aziende agricole con una superficie superiore ai 20 ettari a ricorrere alle assicurazioni.

 

Il Piemonte è la regione con il maggior numero di agricoltori assicurati, seguito dalla Lombardia e dalle altre regioni produttrici. La distribuzione delle assicurazioni riflette quindi quella della coltivazione del riso, con una netta differenza tra Nord e Sud. Inoltre, ogni produttore sottoscrive in media tre certificati assicurativi, differenziando le coperture tra appezzamenti aziendali esposti a rischi diversi.
Una gestione che consente una maggiore flessibilità e capacità di adattamento alle condizioni di mercato e ai diversi rischi.

 

In genere, i risicoltori scelgono il pacchetto C, che copre i danni causati da eventi non catastrofali, come la grandine, ma non quelli dovuti alla siccità. Quest’anno, però, la carenza idrica ha causato perdite produttive comprese tra il 30% e il 70%.

 

È stata soprattutto la siccità del 2022 a cambiare la percezione del rischio. Fino ad allora i risicoltori si assicuravano soprattutto contro la grandine, dando per certa la disponibilità di acqua per l’irrigazione. Il 2022 ha mostrato che anche la carenza idrica può rappresentare un rischio per la coltura, una consapevolezza rafforzata dall’andamento del 2026.
Il peso della siccità emerge anche dal report realizzato dal gruppo Howden per la Banca Europea per gli Investimenti (Bei), che analizza l’impatto economico del cambiamento climatico sull’agricoltura dell’Unione Europea.

 

Il settore registra perdite medie superiori a 28 miliardi di euro all’anno, dovute per oltre il 50% alla siccità. Entro il 2050, negli scenari più critici, le perdite potrebbero superare i 90 miliardi di euro, con proiezioni fino a 20 miliardi per Italia e Spagna.

 

A livello europeo emerge anche un gap assicurativo: solo il 20-30% dei danni risulta coperto, mentre il restante 70-80% rimane a carico degli agricoltori. Tra le possibili soluzioni il report indica strumenti finanziari innovativi, fondi della Pac e piani di adattamento climatico.

 

Queste sfide evidenziano la necessità di innovare anche i fondi di mutualità e di bilanciare la difesa attiva con gli strumenti assicurativi, con l’obiettivo di tutelare il reddito degli agricoltori.

 

Tra gli strumenti per la gestione del rischio ci sono anche gli Income Stabilisation Tool (Ist), fondi mutualistici attraverso i quali gli agricoltori accantonano risorse nei periodi favorevoli, a cui si aggiunge il finanziamento dell’Unione Europea. Il fondo può così intervenire per compensare parte delle perdite di reddito quando queste superano determinate soglie.

 

Ingresso del festival Risò a Vercelli

(Fonte: AgroNotizie®)

 

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