L’intelligenza artificiale (Ia) sta trasformando radicalmente la società e il mercato del lavoro richiedendo nuove competenze digitali essenziali per il futuro. A livello globale, l’uso dell’Ia tra i minori è già diventato un fenomeno di massa. Le indagini, sia del contesto internazionale che di quello europeo e nazionale, sono concordi nell’indicare quanto l’uso di strumenti di Ia generativa tra gli studenti per i compiti scolastici e per le attività quotidiane sia crescente.
Serve costruire una cultura diffusa sull’uso consapevole dell’Ia in ambito educativo.
Da un lato appaiono evidenti le potenzialità di questi strumenti come supporto all’apprendimento di ragazze e ragazzi. Dall’altro non vanno sottovalutati i rischi di un uso non appropriato. Questo infatti può esporre a cessione inconsapevole di dati personali, manipolazioni, bias discriminatori e assimilazione di informazioni false. Ciò può compromettere il reale sviluppo cognitivo e le capacità di pensiero critico dello studente. Si tratta di aspetti di cui raramente si parla in un dibattito fortemente polarizzato tra approcci entusiastici e altri puramente luddisti.
In questo quadro, l’apporto delle politiche pubbliche non può limitarsi alla regolazione, aspetto comunque fondamentale. L’obiettivo deve essere quello di trasformare le persone, a partire dai minori, da semplici “utenti” passivi a cittadini attivi e consapevoli nell’utilizzo dell’Ia. È fondamentale infatti essere capaci di riconoscere i rischi legati alla privacy, alla disinformazione e alle “allucinazioni” (errori) dei sistemi. Evitando che l’Ia si riduca a un fattore di appiattimento di competenze già fragili.
Tuttavia, in questo quadro in costante evoluzione, è difficile tanto per il legislatore, quanto per educatori e istituzioni educative stare al passo.
L’accesso consapevole all’Ia riguarda anche la lotta alla povertà educativa
Questo disallineamento rischia di trasformare l’Ia in un formidabile moltiplicatore delle disuguaglianze, creando un nuovo “divario digitale” qualora le tecnologie – e soprattutto gli strumenti per padroneggiarle – non siano accessibili in modo equo. L’osservatorio sulla povertà educativa, curato da quasi un decennio da Openpolis e Con i bambini, fin dalla fondazione ha prestato la massima attenzione a questi aspetti. Nel pieno dell’emergenza Covid, nel luglio 2020, il rapporto Disuguaglianze digitali provò a offrire un quadro delle disparità di accesso alla didattica a distanza. Disparità strutturalmente legate alla condizione sociale (case sovraffollate e computer in condivisione), alle possibilità tecnologiche (mancanza di rete veloce, specie nelle aree interne), nonché alle competenze nell’uso degli strumenti.
Le disuguaglianze digitali sono un ulteriore forma della povertà educativa.
Quella fase straordinaria rese evidente come il divario digitale non fosse altro che una ulteriore declinazione delle disparità alla base della povertà educativa. E come il gap digitale si aggiunga, rafforzandoli, ai fattori di disuguaglianza già esistenti: dalla condizione sociale al luogo di residenza.
Anche in questo contesto quindi, l’impatto dell’Ia sui minori non è solo una questione tecnologica, ma un tema centrale di povertà educativa. Con potenzialità e criticità da affrontare e mettere a fuoco nel dibattito pubblico e nel lavoro degli operatori sul campo.
L’Unione europea, con l’AI Act del 2024, ha classificato come “ad alto rischio” i sistemi di intelligenza artificiale utilizzati nell’istruzione. Questo perché tali strumenti, se progettati e utilizzati in modo inadeguato, possono avere conseguenze negative sul percorso dei ragazzi. Possono incidere sull’accesso o meno degli studenti a determinati percorsi formativi, valutare i risultati dell’apprendimento e perpetuare discriminazioni storiche.
Anche la recente legge nazionale sul settore, la 132/2025, promuove un approccio antropocentrico e delega il governo a potenziare l’alfabetizzazione all’Ia e le discipline Steam nelle scuole. Proprio per rafforzare le competenze di studenti e formatori, introducendo anche limiti anagrafici per la tutela dei dati dei minori. Più recentemente, il governo ha approvato in via definitiva un decreto legislativo che introduce ulteriori misure tra cui l’inserimento dell’Ia nell’ambito dell’educazione civica e la formazione stabile dei docenti, con uno stanziamento di 100 milioni di euro per contrastare i rischi legati all’uso improprio di piattaforme e social. Com’è evidente quindi anche dal punto di vista normativo ci troviamo di fronte a un contesto in continua evoluzione. Una dinamica che riflette il tentativo delle istituzioni di accompagnare una trasformazione tecnologica destinata ad avere un impatto crescente anche sul mondo dell’istruzione.
Tuttavia le tutele normative, da sole, non sono sufficienti: serve un profondo lavoro di formazione e informazione all’uso critico degli strumenti.
Partire dai dati per analizzare la relazione tra minori e Ia
Alla luce di questo scenario, l’Osservatorio sulla povertà educativa non può esimersi dal trattare il rapporto tra minori e Ia. Monitorare l’accesso a queste tecnologie è oggi fondamentale per garantire il diritto allo studio, tutelare i minori e prevenire nuove forme di esclusione sociale e di discriminazioni derivanti sia dal mancato accesso che da un uso inconsapevole o sbagliato.
Questo lavoro di formazione non è dato a priori, ma deve essere costruito quotidianamente con chi lavora a contatto con bambini e ragazzi.
Vanno gettate le basi, dati alla mano, per una riflessione condivisa sul rapporto tra povertà educativa e nuove tecnologie.
Con la pubblicazione di questo primo minidossier, Openpolis e l’impresa sociale Con i Bambini vogliono gettare le basi analitiche per una riflessione fondamentale sul rapporto tra intelligenza artificiale e minori. Partire dai dati è infatti una scelta di metodo indispensabile per mostrare, concretamente, come l’accesso disomogeneo a queste tecnologie rischi di innestarsi sulle disuguaglianze educative e territoriali del nostro paese, amplificandole. Questo documento rappresenta tuttavia solo la prima tappa di un percorso che si svilupperà per tutto il 2026. L’obiettivo infatti non è limitarsi all’analisi del fenomeno ma fornire strumenti utili a chi lavora quotidianamente con i ragazzi.
Per questo motivo, alla fotografia quantitativa scattata oggi farà seguito, questo inverno, la pubblicazione di un secondo documento dal taglio più operativo: un vero e proprio toolkit rivolto all’intera comunità educante. Si tratterà di una bussola pensata per insegnanti, educatori, operatori del terzo settore e famiglie, volta a offrire un orientamento critico sulle potenzialità e sui rischi dell’Ia. Infine, raccoglieremo e valuteremo i riscontri ottenuti dalle scuole e dalla rete territoriale. Sarà un importante momento di confronto, utile a mappare i bisogni emersi e a delineare le traiettorie che guideranno il futuro lavoro dell’osservatorio.
I divari nell’uso e nella consapevolezza sull’Ia
L’elemento da cui partire nell’analisi dei dati è certamente quello di capire quanto l’intelligenza artificiale generativa sia già diffusa tra i più giovani. In questo senso, Eurostat ha pubblicato alcune prime rilevazioni relative al 2025. Questi dati mostrano come l’Ia sia già entrata nelle abitudini quotidiane di una parte consistente degli adolescenti europei. Considerando la fascia di età compresa tra i 16 e i 19 anni, il 66,4% dei ragazzi e delle ragazze nell’Ue ha dichiarato di aver utilizzato strumenti di Ia generativa nei tre mesi precedenti l’indagine.
Si tratta tuttavia di una media che nasconde differenze molto rilevanti tra i paesi membri. In ben 19 stati infatti la quota di giovani fruitori supera la media. Le percentuali più elevate si registrano in Estonia (89,3%), Grecia (85,1%) e Danimarca (83,1%). In questi paesi oltre quattro adolescenti su cinque hanno fatto ricorso a questi strumenti nel periodo considerato. All’estremo opposto si collocano invece Romania (48,2%), Germania (51,5%) e Italia (51,9%). In questi paesi poco più della metà dei giovani dichiara di aver utilizzato applicazioni di intelligenza artificiale generativa.
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DA SAPERE
Per intelligenza artificiale generativa si intendono sistemi in grado di creare nuovi contenuti – come testi, immagini, video, codice informatico o altri tipi di dati – a partire dalle informazioni e dagli schemi appresi durante il processo di addestramento. A differenza di altri sistemi di intelligenza artificiale utilizzati principalmente per classificare, prevedere o analizzare dati esistenti, gli strumenti di Ia generativa producono contenuti originali in risposta alle richieste degli utenti.
Non sono disponibili dati per l’Irlanda mentre quelli della Croazia sono considerati di limitata affidabilità.
La fascia d’età considerata è quella dei giovani di età compresa tra i 16 e i 19 anni.
FONTE: elaborazione Openpolis – Con i bambini su dati Eurostat
(ultimo aggiornamento: venerdì 5 Giugno 2026)
Colpisce in particolare il dato di Italia e Germania che, pur rappresentando due delle principali economie dell’Unione europea, si collocano nelle ultime posizioni della graduatoria. È necessario comunque interpretare questi risultati con cautela. Come abbiamo detto infatti il fenomeno è in piena evoluzione e i dati sono destinati a crescere in tutto il mondo.
I dati riguardanti l’utilizzo dell’Ia sono ancora pochi e in costante evoluzione.
La rapidità con cui si sviluppano e si diffondono gli strumenti di Ia rende infatti probabili cambiamenti significativi anche nel giro di pochi mesi. Per questo motivo sarà fondamentale monitorare nel tempo l’evoluzione del fenomeno.
La questione non riguarda infatti soltanto se le differenze osservate oggi tra i paesi europei tenderanno a ridursi o ad ampliarsi, ma anche come una tecnologia sempre più diffusa influenzerà i percorsi educativi, le opportunità di apprendimento e più in generale le condizioni di vita di bambini, adolescenti e delle comunità educanti che li accompagnano nella crescita.
Potenzialità e rischi nell’ambito educativo e nella vita di bambini e ragazzi
Oltre a misurare quanto l’intelligenza artificiale generativa sia diffusa tra i più giovani, è importante anche comprendere per quali finalità venga utilizzata. Eurostat fornisce alcune prime evidenze anche in questo senso. Gli intervistati potevano indicare più risposte, segnalando un utilizzo per scopi privati, professionali e scolastici (attività legate allo studio, allo svolgimento di compiti, alla preparazione di elaborati o ad altri aspetti del percorso educativo).
Molti giovani europei utilizzano l’Ia per lo svolgimento di compiti e la preparazione di elaborati.
A livello europeo, la finalità più frequente tra i ragazzi e le ragazze di età compresa tra i 16 e i 19 anni è proprio quella scolastica. Tra i giovani che hanno dichiarato di aver usato l’Ia generativa negli ultimi 3 mesi, il 50,5% ha dichiarato di averlo fatto per attività connesse al proprio percorso di istruzione. Una quota leggermente inferiore (43,8%) ha invece fatto ricorso a questi strumenti per scopi privati. Molto più contenuta la percentuale di chi li ha utilizzati per motivi professionali (9,1%). Quest’ultimo dato non sorprende particolarmente. Nella fascia di età considerata infatti la maggior parte dei giovani è ancora inserita in percorsi scolastici o formativi. Non ha ancora fatto quindi ingresso stabile nel mercato del lavoro.
Per quanto riguarda gli usi privati, le quote più elevate si registrano in Grecia (75,3%), Cipro (75,2%) e Lituania (65,6%). All’estremo opposto si collocano invece Polonia (37,1%), Romania (36,2%) e Italia (24,2%). Anche osservando gli utilizzi scolastici emergono differenze significative tra i paesi europei. Le percentuali più alte si rilevano in Estonia (75,5%), Malta (74,7%) e Portogallo (70,2%). Mentre quelle più basse si registrano in Germania (20,9%), Romania (31,1%) e Finlandia (31,5%). L’Italia si colloca al quartultimo posto.
41,1% la quota di giovani italiani che ha fatto ricorso all’Ia per scopi scolastici negli ultimi 3 mesi del 2025.
Nel complesso, i dati mostrano come il ricorso all’intelligenza artificiale generativa tra gli adolescenti italiani risulti ancora meno diffuso rispetto a quanto osservato in gran parte dell’Unione europea. Come già detto, si tratta tuttavia di un fenomeno in rapida trasformazione e destinato con ogni probabilità a crescere nei prossimi anni. Questa tendenza deve essere analizzata con un approccio scientifico, senza facili entusiasmi ma allo stesso tempo senza allarmismi.
Il diritto a un uso consapevole
Un altro elemento importante da analizzare è capire le motivazioni che spingono una parte non marginale degli adolescenti a non fare uso dell’Ia. Si tratta di un aspetto particolarmente rilevante dal punto di vista delle politiche pubbliche per capire quali possono essere le eventuali criticità.
I dati Eurostat mostrano che, tra i giovani italiani di età compresa tra i 16 e i 19 anni che non hanno utilizzato strumenti di intelligenza artificiale generativa nei tre mesi precedenti l’indagine, la motivazione di gran lunga più frequente è la percezione di non averne bisogno. Lo dichiara il 74,6% dei non utilizzatori, una quota perfettamente in linea con la media dell’Unione europea.
Molto più contenuta invece la percentuale di chi afferma di non aver mai utilizzato questi strumenti perché non ne conosceva l’esistenza. In Italia si tratta del 3% dei giovani, un dato inferiore alla media europea (4,4%). Questo suggerisce che la scarsa diffusione dell’intelligenza artificiale tra gli adolescenti italiani non sia riconducibile principalmente a un problema di mancata conoscenza. Allo stesso modo, appaiono relativamente marginali le motivazioni legate alla tutela della privacy o alla sicurezza dei dati. Solo il 2,7% dei giovani italiani indica questa ragione, a fronte di una media europea pari al 4,5%.
Merita invece particolare attenzione un altro dato. L’8,6% dei giovani italiani che non utilizzano l’intelligenza artificiale dichiara infatti di non sapere come usarla. Si tratta di una quota superiore alla media dell’Unione europea (7,3%) e che richiama direttamente il tema delle competenze digitali.
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DA SAPERE
Il grafico mostra le motivazioni per cui i giovani di età compresa tra i 16 e i 19 anni non hanno fatto ricorso all’intelligenza artificiale nei 3 mesi precedenti. Le percentuali riguardano solo i ragazzi e le ragazze che hanno dichiarato di non aver fatto ricorso a strumenti di intelligenza artificiale generativa.
FONTE: elaborazione Openpolis – Con i bambini su dati Eurostat
(ultimo aggiornamento: venerdì 17 Aprile 2026)
Pur trattandosi di una minoranza, questo dato evidenzia come una parte degli adolescenti possa incontrare difficoltà nell’avvicinarsi a strumenti che stanno rapidamente entrando nella vita quotidiana, nei percorsi di studio e, sempre più spesso, nelle future esperienze lavorative. È un elemento che rafforza la necessità di investire in percorsi educativi dedicati. Percorsi che devono essere capaci di fornire non soltanto competenze tecniche ma anche strumenti per comprendere il funzionamento e le implicazioni dell’intelligenza artificiale.
In prospettiva, tuttavia, la questione centrale potrebbe non riguardare tanto il numero di ragazzi che non utilizzano questi strumenti. Con ogni probabilità, infatti, tale quota è destinata a ridursi progressivamente nei prossimi anni. La sfida principale sembra piuttosto essere quella di garantire che l’uso dell’intelligenza artificiale avvenga in modo consapevole. In questo senso, il tema non è soltanto quanti giovani sfruttino l’Ia, ma come la utilizzano, con quale grado di comprensione delle sue potenzialità e dei suoi limiti e con quali strumenti critici per valutarne risultati e conseguenze.
Per questo motivo il ruolo della scuola, delle famiglie e più in generale della comunità educante appare destinato a diventare sempre più importante. L’obiettivo non è favorire o scoraggiare l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, ma mettere tutti i giovani nelle condizioni di comprenderne il funzionamento e di utilizzarla in maniera responsabile, autonoma e informata.
L’importanza di regolare un fenomeno
Come accade per molte innovazioni tecnologiche, il punto centrale non è tanto la diffusione dello strumento in sé, quanto la capacità di utilizzarlo in modo consapevole. Le applicazioni di intelligenza artificiale generativa possono infatti offrire opportunità importanti per l’apprendimento, l’accesso alle informazioni e lo sviluppo di nuove competenze. Allo stesso tempo pongono questioni rilevanti legate all’affidabilità dei contenuti prodotti, alla tutela dei dati personali, ai possibili bias incorporati nei modelli e al rischio di un utilizzo passivo delle tecnologie.
In questa prospettiva, assume particolare importanza il ruolo della scuola e delle politiche pubbliche. L’Italia si è già dotata di un primo quadro normativo attraverso la legge 132 del 2025. Tale norma contiene disposizioni e deleghe al governo in materia di intelligenza artificiale. Tra queste, si introducono anche alcune limitazioni legate all’età per l’accesso ad alcuni strumenti di Ia.
L’accesso alle tecnologie di intelligenza artificiale da parte dei minori di anni quattordici nonché il conseguente trattamento dei dati personali richiedono il consenso di chi esercita la responsabilità genitoriale […] Il minore di anni diciotto, che abbia compiuto quattordici anni, può esprimere il proprio consenso per il trattamento dei dati personali connessi all’utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale, purché le informazioni e le comunicazioni di cui al comma 3 siano facilmente accessibili e comprensibili.
Il quadro normativo nazionale comunque continua a evolversi. Lo scorso giugno infatti il consiglio dei ministri ha approvato, in esame preliminare, uno schema di decreto legislativo – poi approvato con modifiche in via definitiva ad agosto – con l’obiettivo di completare l’allineamento dell’ordinamento nazionale alle disposizioni dell’Ai Act europeo. La norma interviene in diversi ambiti, tra cui:
- aggiornamento dei programmi scolastici del secondo ciclo, per integrare tecnologie avanzate e Ia generativa nei percorsi di studio;
- inserimento dell’Ia nell’educazione civica, con attenzione ai profili etici e alla cittadinanza digitale;
- rafforzamento delle competenze Steam (scienza, tecnologia, ingegneria, arte e matematica) e dell’orientamento scolastico, per accompagnare gli studenti verso scelte formative e professionali coerenti con le trasformazioni tecnologiche;
- formazione stabile dei docenti su funzionamento dei sistemi, rischi di errore e distorsione, tutela dei dati e uso responsabile dell’Ia.
Le norme costruiscono una cornice di garanzie affinché l’innovazione tecnologica resti sempre al servizio della persona, della sua dignità e dei suoi diritti fondamentali. […]
L’intelligenza artificiale è una risorsa solo se resta governata da una visione etica e umanistica, che coniughi innovazione, giustizia, sicurezza e bene comune.
Le norme rappresentano però soltanto un primo passo. Accanto alla regolazione è necessario investire nella formazione di studenti, insegnanti e comunità educanti, affinché l’intelligenza artificiale diventi un’occasione per rafforzare le competenze digitali e il pensiero critico. L’obiettivo non dovrebbe essere soltanto formare utenti in grado di utilizzare queste tecnologie ma cittadini consapevoli delle loro potenzialità, dei loro limiti e delle implicazioni che comportano per la società.
Cosa possono fare scuola e comunità educanti
La diffusione dell’Ia tra i più giovani pone quindi una sfida che è prima di tutto educativa. In questo percorso la scuola rappresenta il principale punto di riferimento, ma da sola non può bastare. Attorno ad essa opera una comunità educante più ampia, composta da famiglie, educatori, associazioni, realtà sportive e culturali che contribuiscono alla crescita delle nuove generazioni.
L’ecosistema della comunità educante deve essere sostenuto.
È importante che tutte queste componenti rivestano un ruolo attivo in tale ambito. Promuovere un uso consapevole di queste tecnologie significa infatti investire non solo nelle competenze digitali, ma anche nel rafforzamento dei contesti educativi e delle opportunità di apprendimento. Sia per i giovani che per insegnanti ed educatori.
Pur essendo un tema in costante evoluzione, o forse proprio per questo, di fronte alla crescente diffusione dell’Ia tra studenti e insegnanti, molti paesi europei stanno cercando di definire strategie e regole per accompagnarne l’introduzione nelle scuole. Secondo un rapporto pubblicato da European Schoolnet (rete di ministeri dell’istruzione europei che ha l’obiettivo di innovare l’insegnamento e promuovere la collaborazione tra scuole) a fine 2025, nel giro di pochi anni l’Ia è passata dall’essere un tema marginale a una delle principali priorità delle politiche educative europee. Nessuno dei 23 sistemi scolastici analizzati considera oggi la questione secondaria e oltre la metà la colloca tra le aree di intervento più rilevanti.
L’obiettivo principale non è soltanto introdurre nuove tecnologie nelle classi, ma utilizzarle per migliorare l’insegnamento e l’apprendimento, preparare gli studenti alle competenze richieste dalla società digitale e supportare il lavoro degli insegnanti. In molti paesi l’attenzione si concentra anche sul potenziale dell’Ia per favorire inclusione e accessibilità.
The integration of AI in education contexts does not come challenge-free. Education systems must deal with a number of concerns and questions when considering the introduction of such technology in school environments. […] one of the most pressing concerns reported by respondents relates to data privacy and protection of the rights of all school actors, in particular, minors.
Questa crescente attenzione si è tradotta nell’adozione di strategie nazionali, linee guida e politiche dedicate. La maggior parte dei sistemi educativi europei dispone già di documenti ufficiali che affrontano temi come l’uso etico dell’intelligenza artificiale, la tutela dei dati personali, la formazione dei docenti e l’impiego degli strumenti di Ia nelle attività didattiche.
Anche l’Italia si è mossa in questa direzione. Oltre alle norme già citate, nell’agosto dello scorso anno il ministero dell’istruzione e del merito ha pubblicato le linee guida per l’introduzione dell’intelligenza artificiale nelle istituzioni educative. Il nostro paese figura inoltre tra quelli che hanno già avviato una valutazione degli effetti della nuova normativa europea sul sistema scolastico.
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La mappa mostra come gli stati stanno affrontando il tema dell’introduzione dell’intelligenza artificiale generativa nei propri sistemi educativi. L’indagine è stata condotta su 23 paesi inclusi alcuni extra-Ue (come Norvegia e Turchia). Allo stesso tempo mancano informazioni circa alcuni paesi Ue rilevanti (come Germania e Polonia). Nel caso del Belgio, solo la parte fiamminga si è già dotata di documenti formali.
FONTE: elaborazione Openpolis – Con i bambini su dati European Schoolnet
(pubblicati: giovedì 11 Dicembre 2025)
Un altro aspetto che accomuna molti paesi riguarda la scelta di non adottare un approccio esclusivamente restrittivo. L’orientamento prevalente è infatti quello di promuovere un utilizzo responsabile dell’intelligenza artificiale attraverso regole, formazione e sviluppo delle competenze. Parallelamente, quasi tutti i sistemi educativi stanno introducendo percorsi di alfabetizzazione all’Ia all’interno dei curricula scolastici, generalmente integrandoli nelle discipline già esistenti. In questo quadro, l’Italia presenta una particolarità. Insieme alla Finlandia infatti è tra i pochi paesi a prevedere un primo avvicinamento a questi temi già a partire dalla scuola dell’infanzia.
Il report conferma infine come il rafforzamento delle competenze degli insegnanti rappresenti la priorità più citata dalle amministrazioni scolastiche. Un’indicazione che conferma come il dibattito sull’intelligenza artificiale nella scuola sia, prima ancora che tecnologico, una questione educativa.
La disponibilità di aule di informatica nei territori
Ribadita ancora una volta l’importanza del coinvolgimento di tutta la comunità educante, non c’è dubbio che in tutto questo processo le istituzioni scolastiche ricoprano un ruolo centrale. Non solo nel trasmettere agli studenti le abilità digitali indispensabili per una cittadinanza attiva, ma anche nel fungere da garante per l’equità nell’accesso alla rete e alle innovazioni tecnologiche. In quest’ottica, è importante monitorare la diffusione e l’effettiva disponibilità di laboratori informatici nelle diverse aree del paese.
Grazie ai dati messi a disposizione dal ministero dell’istruzione e relativi all’anno scolastico 2024/25 sappiamo che in Italia gli edifici scolastici statali censiti sono in totale 39.351. Di questi 15.998 sono dotati di aule informatiche. Analizzando la situazione su base regionale, la Valle d’Aosta si distingue per la percentuale più elevata di strutture attrezzate. In questo caso si tratta di numeri assoluti molto ridotti (86 scuole attrezzate su 139 complessive). Seguono con buone coperture la Liguria (59,1%), il Piemonte (53,6%) e le Marche (51,4%). Al contrario, le percentuali più contenute si registrano in Abruzzo (27,8%), Calabria (27,2%) e Lazio, dove solo il 25,4% degli edifici dispone di tali spazi dedicati.
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DA SAPERE
Questi dati, pubblicati sul portale open data del ministero dell’istruzione, sono forniti dagli enti locali proprietari o gestori degli edifici adibiti ad uso scolastico. Informazioni non disponibili per il Trentino Alto Adige.
FONTE: elaborazione Openpolis – Con i bambini su dati Mim
(ultimo aggiornamento: mercoledì 6 Agosto 2025)
40,7% gli edifici scolastici statali dotati di aule informatiche nell’a. s. 2024/25.
Analizzando i comuni capoluogo, dove solitamente si concentra la maggior parte delle strutture, emergono differenze significative tra le diverse città. Pavia (91,4%), Modena (87,7%) e Aosta (82,1%) guidano la classifica con le percentuali più elevate, risultando gli unici centri a superare la soglia dell’80%. All’estremo opposto, i valori più contenuti si rilevano a Catanzaro (5,4%), Cosenza (6,6%) e Latina (8,6%).
Un altro elemento da evidenziare riguarda il fatto che la quota di edifici scolastici dotati di aule di informatica tende a diminuire man mano che ci si allontana dai centri principali in direzione di quelli più periferici.
Le aree interne sono i territori del paese più distanti dai servizi essenziali (quali istruzione, salute, mobilità). Parliamo di circa 4.000 comuni, con 13 milioni di abitanti.
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“Che cosa sono le aree interne”
Nelle scuole delle aree interne la presenza di aule informatiche è più rara.
Mentre nei comuni polo la quota supera il 44%, in quelli di cintura — che costituiscono l’hinterland dei centri principali — il valore scende già al di sotto della media nazionale, attestandosi al 40,1%. Questa tendenza al ribasso prosegue man mano che ci si allontana dalle aree più centrali. La percentuale cala progressivamente nei comuni intermedi (37,8%), in quelli periferici (37%) e tocca il minimo negli ultraperiferici (33,8%).
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FONTE: elaborazione Openpolis – Con i bambini su dati Mim
(ultimo aggiornamento: mercoledì 6 Agosto 2025)
Sebbene tale distribuzione sia una diretta conseguenza della maggiore concentrazione della domanda nei grandi centri, appare fondamentale promuovere interventi mirati anche nelle aree interne. Al fine di contrastare criticità strutturali come lo spopolamento.
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Intelligenza artificiale, una sfida educativa
I contenuti dell’Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l’impresa sociale Con i bambini nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell’articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l’obiettivo di creare un’unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. I dati relativi alla presenza di aule informatiche sono di fonte ministero dell’istruzione e del merito.
Foto: fran innocenti (licenza)
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