L’intelligenza artificiale è ormai uno strumento sempre più presente nel mondo del lavoro e in grado di accelerare diversi compiti aziendali come le stesure di report, la customer care, l’organizzazione della contabilità e la scrittura di testi.
Secondo una ricerca di Fiscozen condotta sui liberi professionisti, otto su dieci utilizzano l’intelligenza artificiale nella propria attività quotidiana, e più della metà, il 54%, la definisce parte integrante della propria attività. Per il 72% resta soprattutto un assistente che alleggerisce il carico di lavoro, mentre cresce al 28% la quota di chi le affida compiti in autonomia o la coinvolge nelle decisioni strategiche.
Qual è la prossima frontiera? La svolta in previsione è lo sviluppo sempre più sofisticato di agenti AI in grado di svolgere compiti sempre più complessi, apprendere dai feedback ricevuti e memorizzare i dati e processi aziendali così da diventare un’intelligenza artificiale tailor-made, specializzata sulle competenze di un’impresa e perfettamente allineata con la visione strategica aziendale.
Uno scenario allettante per certi versi e spaventoso per altri, in quanto, si sviluppa a una sempre maggiore velocità a cui non si riesce a tenere testa con le normative in grado di tutelare i lavoratori e definire i confini sulle responsabilità. Questo contesto alimenta il rischio concreto di perdere il controllo umano sulle decisioni dell’AI.
Gli agenti AI e gli imprevisti in azienda
Il recentissimo il caso di primo attacco Hacker realizzato in autonomia da una IA, ha riaperto proprio il dibattito sulle possibili e futuribili autonomie decisionali dell’intelligenza artificiale, che si sono dimostrate essere in realtà assolutamente concrete e già possibili.
Un sistema agentico di OpenAI frutto di una combinazione di modelli tra cui GPT-5.6 Sol, infatti, ha attaccato e violato la piattaforma Hugging Face, agendo in maniera completamente autonoma. Quanto accaduto rivela una fatto eclatante per l’autonomia decisionale dell’agente ma che svela problematiche già note sul loro utilizzo: da una recente ricerca di Economist Enterprise emerge che il 98% delle organizzazioni aziendali che utilizza agenti AI ha già subito un incidente significativo a causa del loro operato e 9 su 10 ne prevedono altri al di là dell’applicazione di misure di savlaguardia. Quando questi imprevisti si verificano le conseguenze sfociano in sanzioni normative, perdita di incassi, interruzioni di servizi e, non ultimo, in danni in termini reputazionali.
Insomma, un rapporto, quello tra uomo e macchina, sicurezza e rischi, tutela e autonomia che crea un intenso dibattito, soprattutto nel contesto lavorativo.Secondo una ricerca condotta dall’Osservatorio Future of Workers della Fondazione Giacomo Brodolini, orientata a indagare il consolidamento dell’Intelligenza Artificiale Agentica nel mondo del lavoro, l’AI agentica è già in grado di dare vita a nuove competenze professionali di creazione e gestione di team ibridi uomo – macchina in numerosi settori. Pertanto, è necessario procedere alla definizione di un patto sociale per le risorse umane coinvolte dalla sua integrazione nei processi lavorativi. Secondo lo studio è proprio il passaggio in corso da un’AI utilizzata come facilitatore di operazioni e strumento operativo ad AI agentica, capace di pianificare ed eseguire compiti in autonomia e di incidere direttamente sui processi decisionali, a fare emergere criticità nuove e la necessità di un intervento tempestivo.
Sul piano globale, il 2026 ha visto l’adozione dell’IA agentica registrare tassi di penetrazione diversificati in base a tipologia di azienda e settore. Secondo l’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano in italia il 22% delle grandi imprese coordina già flussi di lavoro attraverso gli agenti.
Il capitale conferito e quello catturato e la perdita dell’autonomia decisionale
L’intelligenza artificiale per funzionare necessita di assorbire la competenza individuale dei lavoratori. Nello studio della Fondazione Brodolini si parla quindi di capitale umano conferito, che il lavoratore mette volontariamente a disposizione del sistema di AI e di capitale catturato, ovvero il valore aggiunto che l’azienda incamera a tempo indeterminato incorporando quel sapere all’interno del proprio algoritmo. Questo passaggio di conoscenza necessita, secondo quanto emerso dallo studio, dello sviluppo di modelli di riconoscimento ai lavoratori, e non solo sul piano economico. Il campione analizzato nella ricerca della Fondazione dichiara un livello di fiducia alto nell’IA, considerata affidabile nelle sue raccomandazioni, ma con grandi riserve rispetto alla delega totale.
Il timore principale, infatti è la perdita di controllo. Quando l’IA agisce troppo liberamente, la percezione di autonomia decisionale umana scende drasticamente. Per il 63% dei manager intervistati il presidio umano (il cosiddetto human-in-command) e la responsabilità finale non sono trattabili: la tecnologia deve supportare, non esautorare i decisori.
Come gestire il cambiamento
Secondo Nicola Gatti, Direttore dell’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano, la piena maturità tecnologica dell’intelligenza artificiale agenitca arriverà: “quando si realizzerà una piena convergenza tra motori cognitivi probabilistici e capacità native di ragionamento logico e autocorrezione, che garantiranno robustezza in processi complessi. Fino a quel momento, l’approccio ‘human-in-the-loop’ non è solo consigliato, ma necessario”.
Il cambiamento in corso non richiede solo esperti di informatica e dati, ma una vera e propria capacità di orchestrazione delle risorse umane e tecnologiche senza precedenti nel mondo del lavoro. Le nuove competenze di governance richieste, secondo quanto emerso sempre dallo Studio di Fondazione Brodolini, sono infatti articolate e ibride: i professionisti devono saper coordinare team composti da umani e agenti artificiali, integrando giudizio critico e gestione tecnologica. Si tratta di un’evoluzione profonda e radicale che trasforma il lavoro, non solo delle figure manageriali, da esecuzione e gestione in supervisione strategica dei processi secondo una catena di responsabilità chiara e inequivocabile.
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