Una piattaforma di investimento consente di comprare e vendere strumenti finanziari, come azioni, ETF, obbligazioni, fondi, certificati e derivati. Può essere un’applicazione o un sito sul quale l’investitore opera, dietro il quale però c’è un intermediario che riceve l’ordine, lo invia verso una sede di negoziazione, oppure lo esegue secondo le modalità previste dalla propria execution policy.
Ecco perché la scelta della piattaforma è importante e ha effetti molto pratici. A cambiare da una piattaforma all’altra possono essere le commissioni applicate per ogni operazione, i mercati raggiungibili e gli ordini disponibili. A cambiare può essere anche la gestione fiscale, perché un intermediario può occuparsi direttamente delle imposte, oppure lasciare gli adempimenti al cliente.
Da questa serie di ragionamenti partono spesso confronti online tra operatori come Directa, Fineco, Trade Republic, Scalable Capital, solo per citare alcuni attori del settore. Tra gli argomenti più citati nelle discussioni online figurano il prezzo dell’ordine, i PAC, l’assistenza e la presenza del regime amministrato o meno, tutti elementi in grado di cambiare l’esperienza di investimento.
Come funziona una piattaforma di investimento
Quando si inserisce un ordine, la piattaforma raccoglie le istruzioni date dall’investitore: quale titolo acquistare, quante azioni o quote comprare e, se previsto, il prezzo massimo che si è disposti a pagare. A quel punto l’ordine deve essere indirizzato verso una sede di esecuzione oppure eseguito secondo le modalità previste dall’intermediario.
È qui che entra in gioco l’esecuzione degli ordini. Il broker può avere accesso a una o più sedi di negoziazione, per esempio Borsa Italiana, Xetra, Euronext, Nasdaq o altri mercati. La stessa azione può essere scambiata su più sedi e, in quel momento, i prezzi disponibili possono essere leggermente diversi. Anche i costi e la quantità di titoli presenti in acquisto e in vendita possono cambiare da un mercato all’altro.
Per questa ragione l’intermediario segue una propria execution policy, cioè un insieme di regole che stabilisce dove e come cercare l’esecuzione dell’ordine. La normativa europea impone agli intermediari il principio della best execution, cioè l’obbligo di cercare il miglior risultato possibile per il cliente quando esegue un ordine, valutando elementi come il prezzo disponibile, i costi dell’operazione e la possibilità che l’ordine venga effettivamente eseguito in tempi ragionevoli.
Facciamo un esempio: mettiamo il caso si voglia comprare un’azione che su una sede viene offerta a 50,00 euro e su un’altra a 50,03 euro. Se la prima sede presenta però costi più elevati, il prezzo apparentemente migliore può non essere quello più conveniente una volta considerate tutte le spese. Per un investitore retail è importante soprattutto quanto costa complessivamente arrivare all’acquisto.
Due piattaforme possono dunque offrire la stessa azione, ma permettere di acquistarla su mercati diversi oppure con modalità di esecuzione differenti.
Prima di aprire un conto presso una piattaforma di investimento conviene verificare quali borse sono accessibili e quali strumenti vengono realmente negoziati. Chi investe quasi esclusivamente in ETF quotati a Milano, infatti, avrà esigenze molto diverse da chi vuole comprare azioni statunitensi, obbligazioni, opzioni o certificati.
Quanto costa investire attraverso un broker
La commissione di compravendita è il costo più semplice da individuare, perché viene applicata direttamente quando si compra o si vende uno strumento finanziario. Può essere una cifra fissa per ogni ordine, una percentuale del capitale investito oppure una tariffa che diminuisce al crescere del numero di operazioni. Alcuni broker propongono anche abbonamenti mensili che, in cambio di un canone, riducono o eliminano la commissione su determinate operazioni.
Per capire quanto pesa davvero questa spesa bisogna però rapportarla alla somma investita. Una commissione di 5 euro su un acquisto da 10.000 euro vale appena lo 0,05% dell’operazione. Se gli stessi 5 euro vengono pagati per investire 200 euro, il costo sale invece al 2,5%. Prima ancora che il valore dell’investimento inizi a muoversi, quindi, una parte rilevante del capitale è già stata assorbita dalla commissione.
Questo diventa particolarmente importante con i PAC, cioè i piani di accumulo attraverso i quali si investono periodicamente somme relativamente contenute. Se ogni mese vengono acquistati 100 euro di ETF pagando 5 euro di commissione, il 5% del versamento viene utilizzato soltanto per eseguire l’ordine. Ecco perché diversi broker prevedono PAC con commissioni ridotte oppure azzerate su determinati ETF, proponendo formule che permettono di effettuare alcuni acquisti periodici senza pagare la normale commissione di esecuzione.
Oltre alla commissione indicata nel tariffario, però, bisogna prestare attenzione anche alle altre eventualità. Se si compra un titolo negoziato in una valuta diversa dall’euro, per esempio, può esserci un costo per la conversione valutaria: acquistando un’azione americana gli euro devono essere convertiti in dollari secondo le condizioni applicate dall’intermediario. Se successivamente il capitale viene riconvertito in euro, può essere applicato un ulteriore costo di conversione valutaria.
Bisogna poi considerare lo spread bid-ask, cioè la differenza tra il miglior prezzo disponibile per chi vuole comprare e quello offerto a chi vuole vendere. Immaginiamo che un ETF possa essere venduto in quel momento a 99,95 euro e acquistato a 100,05 euro: lo spread è di 10 centesimi. Chi compra entra quindi a un prezzo leggermente superiore rispetto a quello al quale potrebbe rivendere immediatamente lo stesso strumento.
Questa differenza tende a essere piccola sugli strumenti molto scambiati, perché sul mercato sono presenti molti compratori e venditori. Può invece aumentare sui titoli meno liquidi oppure nelle ore in cui gli scambi sono ridotti.
I principali costi di una piattaforma di investimento
| Costo | Come funziona | Quando va controllato |
|---|---|---|
| Commissione di acquisto e vendita | Importo fisso o percentuale applicato dal broker quando viene eseguito un ordine | Sempre, soprattutto quando si investono piccole somme o si effettuano molte operazioni |
| Canone della piattaforma | Alcuni operatori prevedono un costo mensile o annuale in cambio di commissioni più basse o servizi aggiuntivi | Quando si confrontano piani gratuiti e formule in abbonamento |
| Costo del PAC | Commissione applicata agli acquisti periodici automatici. Alcuni broker la riducono o la azzerano su determinati strumenti | Soprattutto per chi investe ogni mese importi contenuti |
| Cambio valutario | Costo applicato quando l’euro e la valuta dello strumento devono essere convertiti | Quando si acquistano strumenti negoziati in dollari, sterline o altre valute |
| Spread bid-ask | Differenza tra il miglior prezzo di acquisto e il miglior prezzo di vendita presenti sul mercato | Soprattutto su strumenti poco liquidi o negoziati in momenti con pochi scambi |
| Costi della sede di negoziazione | Alcuni mercati possono prevedere commissioni o costi aggiuntivi legati all’esecuzione | Quando il broker consente di scegliere tra più Borse o sistemi di negoziazione |
| Costi dello strumento | ETF, fondi, certificati e altri prodotti possono avere costi propri, separati da quelli del broker | Prima dell’acquisto, perché continuano a pesare anche dopo l’esecuzione dell’ordine |
Market, limit e stop order: quali differenze ci sono
Abbiamo visto che quando si compra o si vende uno strumento finanziario, non basta indicare soltanto che cosa si vuole acquistare e in quale quantità, ma bisogna anche stabilire a quali condizioni l’ordine dovrà essere eseguito. È da queste condizioni che dipende la scelta del tipo di ordine da utilizzare sulla piattaforma.
Ogni ordine, infatti, stabilisce un diverso equilibrio tra velocità di esecuzione e controllo sul prezzo. In alcuni casi si preferisce concludere l’operazione il prima possibile, accettando il prezzo disponibile sul mercato in quel momento. In altri si stabilisce in anticipo un prezzo massimo di acquisto o un prezzo minimo di vendita, aspettando che il mercato raggiunga quel livello. La differenza si vede bene confrontando i principali tipi di ordine disponibili sulle piattaforme.
Il market order chiede di acquistare o vendere immediatamente ai migliori prezzi disponibili. Offre quindi una maggiore probabilità di esecuzione, mentre il prezzo finale può cambiare durante una fase di forte volatilità.
Con il limit order viene indicato invece il prezzo massimo accettato in acquisto oppure quello minimo in vendita: un ordine di acquisto con limite a 50 euro potrà essere eseguito a 50 euro o a un prezzo inferiore, ma se il mercato resta sopra quella soglia, l’operazione rimane in attesa.
Lo stop order, spesso utilizzato come stop loss, funziona attraverso un livello di attivazione. Immaginiamo di avere comprato un’azione a 100 euro e di inserire uno stop a 90: quando il prezzo raggiunge quella soglia, lo stop si trasforma generalmente in un ordine a mercato.
Il prezzo di 90 euro rappresenta quindi il livello che fa partire la vendita. Se durante la notte arriva una notizia molto negativa e il titolo apre direttamente a 82 euro, l’esecuzione può avvenire vicino ai prezzi disponibili in quel momento. Lo stop-limit permette di aggiungere anche un limite di prezzo, accettando però il rischio che l’ordine resti ineseguito se il mercato scende troppo rapidamente.
Le funzioni possono cambiare da un broker all’altro e diventano particolarmente importanti quando si opera su strumenti volatili o si vogliono impostare in anticipo determinate condizioni di entrata e di uscita dal mercato.
Leva finanziaria: perché cambia il rischio dell’operazione
La leva finanziaria, della quale abbiamo parlato in modo approfondito anche nella nostra guida sulle strategie di investimento, permette di assumere una posizione di valore superiore rispetto al capitale effettivamente impiegato. In pratica, una parte dell’esposizione viene ottenuta attraverso il meccanismo previsto dal broker o dallo strumento finanziario utilizzato.
Un esempio può aiutare a capire meglio: con 1.000 euro e una leva 5, l’esposizione complessiva arriva a 5.000 euro. Se il valore del sottostante sale del 4%, la variazione della posizione è pari a 200 euro, cioè al 20% dei 1.000 euro iniziali, prima di considerare commissioni e altri costi. Se invece il sottostante scende del 4%, lo stesso calcolo si applica alla perdita.
La leva, quindi, aumenta l’effetto dei movimenti di mercato sul capitale utilizzato.
Il modo in cui questo effetto viene ottenuto cambia però in base alla piattaforma e allo strumento scelto. Alcuni broker consentono di operare in marginazione, cioè utilizzando solo una parte del valore complessivo della posizione come capitale iniziale. Altri permettono di accedere a CFD, futures, opzioni, turbo o certificati a leva, ciascuno con regole proprie.
Queste differenze sono rilevanti soprattutto quando la posizione va in perdita, perché ogni strumento prevede regole specifiche per margini, chiusure automatiche e livelli di barriera.
Con la marginazione può essere necessario mantenere sul conto una determinata quantità di capitale, mentre nei prodotti knock-out il raggiungimento di una barriera può portare alla chiusura della posizione. In altri casi il broker può intervenire automaticamente quando il capitale disponibile non è più sufficiente a sostenere l’esposizione.
Prima di utilizzare la leva, quindi, bisogna verificare come viene calcolata, quali condizioni possono far chiudere la posizione e quanto capitale può essere perso. Ed è proprio su quest’ultimo aspetto che richiama l’attenzione anche la Consob, ricordando che un’esposizione superiore al capitale impiegato amplifica sia i possibili guadagni sia le perdite.
Come capire se una piattaforma è sicura
Quando si sceglie una piattaforma di investimento, la sicurezza riguarda prima di tutto che cosa succede al denaro e ai titoli affidati all’intermediario. Due servizi possono offrire funzioni molto simili, ma essere gestiti da soggetti diversi e sottoposti a strutture di vigilanza differenti. Per questo conviene capire chi c’è dietro la piattaforma, ancora prima di guardare alle caratteristiche dell’app o alle commissioni.
L’intermediario può essere una banca, una SIM italiana oppure una società europea autorizzata a offrire i propri servizi in Italia. Da questa struttura dipendono anche le regole utilizzate per custodire il patrimonio del cliente. La liquidità che resta sul conto, infatti, va considerata separatamente rispetto alle azioni, agli ETF o alle obbligazioni già acquistati.
Il denaro non ancora investito può essere depositato presso una banca o custodito secondo le modalità previste dall’intermediario. Gli strumenti finanziari acquistati seguono invece una disciplina specifica e restano distinti dal patrimonio della società che offre il servizio. La normativa italiana prevede infatti, nei casi disciplinati dal TUF, la separazione patrimoniale, proprio per evitare che le attività dei clienti vengano confuse con quelle dell’intermediario.
Per la liquidità depositata presso una banca possono inoltre applicarsi i sistemi di garanzia dei depositi entro i limiti previsti. Per titoli ed ETF il riferimento è invece la disciplina relativa alla custodia degli strumenti finanziari.
Come verificare se una piattaforma è sicura: tabella di sintesi
| Cosa verificare | Perché è importante | Cosa controllare in pratica |
|---|---|---|
| Soggetto che gestisce la piattaforma | Permette di capire con chi viene realmente aperto il rapporto e quale normativa si applica | Ragione sociale dell’intermediario, Paese in cui ha sede e presenza di un’eventuale succursale italiana |
| Autorità di vigilanza | Serve a verificare che l’operatore sia autorizzato a prestare servizi di investimento | Iscrizione negli albi ufficiali e autorità competente, come Consob, Banca d’Italia oppure l’autorità del Paese europeo di origine |
| Custodia della liquidità | Il denaro lasciato sul conto può essere depositato presso una banca diversa dal broker oppure distribuito tra più soggetti | Nome della banca depositaria, modalità usata per la liquidità e sistema di garanzia eventualmente applicabile |
| Custodia di azioni, ETF e obbligazioni | Gli strumenti già acquistati devono restare separati dalle attività proprie dell’intermediario | Condizioni di deposito titoli, soggetto incaricato della custodia e regole previste in caso di insolvenza dell’operatore |
| Garanzia sui depositi | Protegge la liquidità bancaria entro determinati limiti se la banca depositaria diventa insolvente | Quale sistema di garanzia viene utilizzato e quale importo massimo è coperto per cliente e per banca |
| Sistema di indennizzo degli investitori | Può intervenire in particolari casi in cui l’intermediario non riesca a restituire denaro o strumenti dovuti al cliente | Adesione dell’operatore al sistema previsto nel proprio Paese e limiti dell’eventuale indennizzo |
| Prestito dei titoli | Alcune piattaforme possono usare i titoli dei clienti per operazioni di securities lending, secondo le condizioni contrattuali | Se il servizio è previsto, se richiede il consenso del cliente, come vengono gestiti i ricavi e quali rischi comporta |
| Trasferimento del portafoglio | Diventa rilevante se in futuro si vuole cambiare broker senza vendere gli investimenti | Possibilità di trasferire i titoli verso un altro intermediario, eventuali costi e tempi previsti |
| Protezione dell’account | La sicurezza dipende anche dall’accesso alla piattaforma e dall’autorizzazione delle operazioni | Autenticazione a due fattori, conferma delle operazioni, notifiche di accesso e procedure da seguire in caso di account compromesso |
Regime amministrato e dichiarativo
Per chi risiede fiscalmente in Italia, la piattaforma scelta può determinare anche chi si occupa di calcolare e versare le imposte sugli investimenti.
La differenza principale è tra regime amministrato e regime dichiarativo, e diventa particolarmente importante quando durante l’anno si effettuano diverse operazioni di acquisto e vendita.
Con il regime amministrato gran parte del lavoro fiscale viene svolto direttamente dall’intermediario. Se, per esempio, si vende un’azione realizzando una plusvalenza imponibile, il broker calcola l’imposta dovuta, la trattiene dal conto e la versa al Fisco. Lo stesso intermediario tiene inoltre conto delle minusvalenze secondo le regole previste. Per l’investitore significa evitare di ricostruire personalmente ogni operazione al momento della dichiarazione dei redditi.
Con il regime dichiarativo, invece, il broker fornisce i dati sulle operazioni, ma spetta all’investitore riportarli correttamente nella dichiarazione dei redditi e calcolare quanto dovuto. Se il rapporto è detenuto presso un intermediario estero, vanno poi ad aggiungersi anche gli obblighi di monitoraggio fiscale delle attività finanziarie possedute fuori dall’Italia e, quando prevista, l’IVAFE.
Riepilogando, un investitore che durante l’anno effettua numerose compravendite attraverso un broker in regime amministrato vede le relative imposte gestite man mano dall’intermediario. Con un broker in regime dichiarativo, quelle stesse operazioni dovranno invece essere riepilogate ai fini fiscali, direttamente oppure con l’aiuto di un commercialista o di un servizio specializzato.
Il regime fiscale è un altro aspetto che va valutato insieme alle commissioni proposte dalla piattaforma ed è anche uno dei temi più dibattuti online da chi confronta le varie soluzioni, con il regime amministrato che spesso è il più apprezzato, per ovvi motivi: un broker con ordini molto economici può però comportare maggiori adempimenti al momento della dichiarazione, ma il regime amministrato va a semplificare questa parte del rapporto con la piattaforma.
Quanto ci si vuole occupare personalmente della gestione fiscale? Quante operazioni si effettuano? Nel capitolo fiscale, le risposte a queste domande aiutano a orientarsi meglio nella scelta finale.
Le principali piattaforme di investimento disponibili in Italia
Una volta chiariti i costi, il funzionamento degli ordini e le differenze fiscali, abbiamo una bussola più precisa per confrontare le piattaforme disponibili.
Tra i nomi che ricorrono più di frequente nelle discussioni degli investitori italiani figurano Directa, Fineco, Trade Republic, Scalable Capital, DEGIRO, XTB, Interactive Brokers, eToro, BG SAXO e Widiba. La tabella che segue fotografa alcune delle condizioni disponibili al momento in cui scriviamo, mentre per i costi sono state considerate le tariffe di base o comunque quelle più rappresentative, perché il prezzo finale, come abbiamo visto, può dipendere da altre variabili.
| Piattaforma | Costi indicativi | PAC / acquisti periodici | Regime fiscale per residenti in Italia |
|---|---|---|---|
| Directa | Su Borsa Italiana si può scegliere il profilo semplice da 5 euro per ordine oppure quello variabile dello 0,19%, con minimo di 1,50 euro e massimo di 18 euro | PAC gratuito su oltre 900 ETF ed ETC | Amministrato o Dichiarativo |
| Fineco Trading | 0,19% sul controvalore, con minimo di 2,95 euro e massimo di 19 euro | Fineco Replay parte da 2,95 euro per periodo con un ETP, mentre alcuni ETF rientrano in promozioni a zero commissioni | Amministrato o Dichiarativo |
| Trade Republic | 1 euro per ordine con l’esecuzione Best Price. 2 euro se si sceglie direttamente la sede di negoziazione tramite Direct Price. Possono aggiungersi costi di terzi e spread | Piani di accumulo senza commissioni di esecuzione | Amministrato per i clienti con IBAN italiano |
| Scalable Capital | Fino al 31 agosto il piano FREE prevede generalmente 0,99 euro per ordine. PRIME+ azzera la commissione su determinate operazioni da almeno 250 euro, ma ha un canone di 4,99 euro al mese. Dal 1° settembre 2026 sono già previste nuove condizioni su Xetra e gettex | Piani di accumulo senza commissioni di esecuzione | Dichiarativo |
| DEGIRO | Azioni su Borsa Italiana: 1 euro di commissione + 1 euro di gestione. Sugli ETF fuori dalla Core Selection il costo indicato è di 2 euro + 1 euro di gestione | La Core Selection comprende oltre 1.000 ETF, ETC ed ETN negoziabili su Tradegate con 1 euro di costo di gestione per operazione | Dichiarativo. Il broker mette a disposizione un report fiscale annuale |
| XTB | Azioni ed ETF senza commissione fino a 100.000 euro di controvalore mensile. Oltre questa soglia viene applicato lo 0,2%, con minimo di 10 euro. Sulle conversioni valutarie può essere applicato lo 0,5% | Piani di accumulo senza commissioni fino allo stesso limite mensile di 100.000 euro | Dichiarativo. XTB fornisce un prospetto fiscale al cliente, ma non agisce come sostituto d’imposta |
| Interactive Brokers | Sui mercati europei le commissioni dipendono dalla Borsa e dal piano scelto. Sul profilo a scaglioni si parte in diversi mercati dallo 0,05% del controvalore, con minimi per ordine | Disponibile la funzione Recurring Investments per automatizzare acquisti periodici di azioni ed ETF compatibili | Dichiarativo |
| eToro | Gli ETF non prevedono commissioni di intermediazione. Sulle azioni può essere applicata una commissione di 1 o 2 dollari all’apertura e alla chiusura, in base alla Borsa. CFD e operazioni a margine seguono condizioni differenti | Gli acquisti ricorrenti di azioni ed ETF non prevedono commissioni all’apertura della posizione | Dichiarativo |
| BG SAXO | ETF su Borsa Italiana ed Euronext da 2 euro per ordini inferiori a 50.000 euro. Su Xetra da 3 euro | PAC automatico su ETF senza commissioni di acquisto | Amministrato, anche per l’operatività su diversi strumenti derivati |
| Widiba | Il trading utilizza una commissione percentuale dello 0,15%, con i minimi previsti dalle condizioni del servizio | ETF Easy Plan automatizza gli acquisti. Per i piani promozionali attivati entro il 31 dicembre 2026, i primi sei ordini hanno commissione minima azzerata. Dal settimo si applica lo 0,15%, con minimo di 2,50 euro | Amministrato |
Questa tabella mostra anche perché il confronto basato soltanto sulla commissione del singolo ordine può essere fuorviante. XTB ed eToro, per esempio, utilizzano strutture di prezzo molto diverse da quelle di Directa o Fineco, mentre Interactive Brokers propone un tariffario legato anche alla Borsa e al tipo di instradamento scelto. BG SAXO e Widiba, invece, affiancano l’operatività online al regime amministrato, avvicinandosi sotto questo aspetto agli intermediari italiani tradizionali.
Per quanto riguarda i PAC, alcuni operatori permettono di programmare acquisti periodici senza commissioni, mentre altri applicano tariffe agevolate soltanto su una selezione di ETF o utilizzano formule differenti dagli acquisti automatici tradizionali.
Quindi, prima di scegliere una piattaforma per investire ogni mese, conviene controllare quali strumenti possono essere inseriti nel piano e quali costi si applicano quando si esce dalle condizioni promozionali.
(Foto: Foto di Jakub Zerdzicki su >
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