Il triste risveglio dai Giochi: Aigi, licenziamento collettivo per oltre 2.500 lavoratori


TARANTO – Aigi, l’Associazione Indotto AdI e General Industries, ha trasmesso alle organizzazioni sindacali le lettere relative all’avvio della procedura di licenziamento collettivo che riguarda oltre 2.500 lavoratori delle imprese rappresentate.

La decisione viene definita dal presidente dell’associazione Nicola Convertino come una scelta estrema, maturata alla luce del nuovo scenario che interessa lo stabilimento siderurgico di Taranto e, in particolare, della scadenza indicata per la chiusura dell’area a caldo.

«Si tratta di un atto estremo e doloroso, al quale non avremmo mai voluto fare ricorso», ha spiegato Convertino, descrivendo la procedura come «un atto dovuto e inevitabile» e collegandola direttamente alla prospettiva di fermata dell’area a caldo già nel mese di ottobre.

Secondo il presidente di Aigi, le imprese dell’indotto sarebbero arrivate a questa scelta per la mancanza di una programmazione in grado di offrire garanzie alle aziende e ai loro dipendenti. «Siamo giunti a questo punto a causa della totale assenza di una ragionevole programmazione che avrebbe potuto mettere in sicurezza le nostre aziende», ha affermato.

L’annuncio ha provocato l’immediata reazione dell’Usb, con i componenti dell’esecutivo nazionale Francesco Rizzo e Sasha Colautti che hanno parlato di uno scenario ampiamente prevedibile.

«Cronaca di una morte annunciata: potrebbe essere questo il titolo giusto per descrivere quello che sta accadendo», hanno dichiarato Rizzo e Colautti dopo la comunicazione di Aigi.

I rappresentanti sindacali hanno collegato la notizia al clima vissuto in città nelle ultime settimane, segnate dalla conclusione dei Giochi del Mediterraneo e dalle ricadute positive generate dalla manifestazione.

Secondo l’Usb, il contrasto tra i 2 momenti è particolarmente netto. «Si è appena chiusa una bellissima pagina che ha permesso a Taranto di gioire e godere degli effetti, anche economici, di un evento come i Giochi del Mediterraneo. Quindi, un attimo dopo, torniamo bruscamente alla realtà», affermano Rizzo e Colautti.

Il sindacato richiama anche l’iniziativa in programma a Bari per celebrare quello che viene indicato come il Governo più longevo della storia della Repubblica, contrapponendola alla situazione occupazionale che sta maturando a Taranto.

«A Bari una festa, a Taranto un funerale di massa», è il passaggio più duro dell’intervento dell’Usb.

L’attenzione è ora rivolta al prossimo incontro con il Governo, dal quale il sindacato chiede risposte immediate e concrete per i lavoratori dell’indotto e per le loro famiglie.

«Il Governo, nell’incontro di martedì prossimo, ha più che mai l’obbligo di mettere in campo soluzioni concrete per i tantissimi lavoratori che vivono ore di straordinaria apprensione insieme alle loro famiglie», sostengono Rizzo e Colautti.

L’Usb annuncia inoltre che, in assenza di risposte ritenute adeguate, saranno valutate iniziative di mobilitazione.

«Non faremo mancare questa volta la nostra voce e quella dei lavoratori, con tutte le iniziative e le forme di mobilitazione consentite», affermano i 2 rappresentanti sindacali.

La conclusione dell’intervento ribadisce la volontà di non attendere ulteriormente. «Abbiamo rispettato e gioito per l’evento sportivo, ma ora non è più tempo di attendere», concludono Rizzo e Colautti.

Alla presa di posizione dell’Usb si aggiunge anche quella della Fim Cisl, che esprime netta contrarietà alla procedura di licenziamento collettivo avviata da Aigi per 28 aziende dell’appalto e dell’indotto dell’ex Ilva, con il coinvolgimento di circa 2.500 famiglie.

Il sindacato chiede che i licenziamenti vengano immediatamente fermati, evidenziando il rischio di conseguenze sociali ed economiche pesanti non soltanto per i lavoratori direttamente interessati, ma per l’intero territorio tarantino.

«È inaccettabile procedere unilateralmente a processi sommari di licenziamenti collettivi di questa portata», sottolineano Ferdinando Uliano e Valerio D’Alò, ribadendo il fermo dissenso della Fim Cisl rispetto alla decisione comunicata da Aigi.

L’attenzione è ora rivolta al confronto già programmato a Palazzo Chigi, durante il quale il sindacato chiederà al Governo di intervenire affinché le procedure vengano ritirate e siano individuate soluzioni in grado di assicurare la continuità produttiva e prospettive industriali e occupazionali condivise.

La Fim Cisl punta il dito anche contro l’incertezza che continua a caratterizzare la gestione della vertenza. «È il Governo che sta decidendo di non scegliere e di non mettere in campo il coraggio necessario per garantire la continuità produttiva», affermano i rappresentanti sindacali.

Secondo la Fim, l’assenza di decisioni rischia di aggravare ulteriormente la crisi e di compromettere il futuro delle aziende dell’indotto e dell’appalto. Da qui la richiesta di utilizzare tutti gli strumenti disponibili per mantenere la produzione, tutelare i posti di lavoro e garantire la programmazione delle attività necessarie alla sicurezza dei lavoratori e delle imprese.

Il sindacato ribadisce quindi la necessità di arrivare rapidamente a una soluzione capace di salvaguardare occupazione e attività industriale. La Fim Cisl assicura che proseguirà la propria azione per ottenere chiarezza e decisioni ritenute adeguate alla gravità della situazione, chiedendo una risposta immediata per i lavoratori e le famiglie coinvolte.

Alla posizione della Fim Cisl si aggiunge anche quella della Fiom Cgil, che descrive come sempre più grave la situazione dell’ex Ilva dopo l’avvio delle prime procedure di licenziamento collettivo comunicate da 28 aziende dell’indotto, per un totale di circa 2.500 lavoratori.

Per il sindacato, quanto sta accadendo conferma il rischio di un effetto domino legato al progressivo arresto delle attività del siderurgico. «Abbiamo sempre detto che con la fermata dell’ex Ilva ci sarebbe stato un effetto domino a partire dall’indotto», affermano Loris Scarpa, coordinatore nazionale siderurgia per la Fiom Cgil, e Francesco Brigati, segretario generale Fiom Cgil di Taranto e della Puglia.

La Fiom attribuisce la responsabilità dell’attuale fase non al decreto della Corte d’Appello di Milano, ma alle scelte compiute dal Governo. «È inaccettabile che l’Ilva si stia fermando non per il decreto della Corte di Appello di Milano ma per l’incapacità del Governo di ascoltare e prendere decisioni nell’interesse del Paese», sostengono i 2 rappresentanti sindacali.

Scarpa e Brigati ricordano inoltre che sono trascorsi quasi 2 anni dal commissariamento, avviato per superare la gestione di ArcelorMittal, e sottolineano come oggi si stiano concretizzando le prime conseguenze sul piano occupazionale.

L’attenzione è ora concentrata sul confronto in programma a Palazzo Chigi l’8 settembre. La Fiom chiarisce che non intende partecipare a un incontro meramente informativo, ma chiederà risposte operative sul piano straordinario presentato dal sindacato lo scorso 28 luglio.

«Non accetteremo solo di essere informati, vogliamo risposte operative rispetto al piano straordinario che abbiamo presentato il 28 luglio scorso», dichiarano Scarpa e Brigati.

Il sindacato chiede inoltre che il Governo assuma un ruolo diretto nella definizione del futuro della siderurgia nazionale. «Invece che affannarsi alla vendita degli impianti dell’ex Ilva, il Governo prenda le redini del futuro della siderurgia in Italia», affermano.

Per la Fiom, i lavoratori non possono essere chiamati a pagare le conseguenze delle decisioni assunte dalla politica e dalle istituzioni. Da qui la richiesta di misure straordinarie per tutelare l’occupazione e, parallelamente, di una strategia industriale fondata sull’intervento pubblico.

«Abbiamo la necessità di trovare misure straordinarie per i lavoratori, ma soprattutto di rilanciare la siderurgia attraverso l’intervento pubblico necessario a garantire la salute e una transizione ecologica e sociale», concludono Scarpa e Brigati.




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