Suona la prima campanella dell’anno scolastico: lunedì 7 settembre, torneranno in classe in Alto Adige oltre 22mila alunni iscritti alle scuole in lingua italiana e quasi invece 65mila frequentanti gli istituti in lingua tedesca. Giovedì 10 settembre toccherà tornare sui banchi agli allievi di Trento, Valle D’Aosta e Veneto. Poi tutti gli altri: gli ultimi a riprendere saranno gli alunni della Puglia, il 17 settembre. Ma con quale stato d’animo torneranno in classe oltre 7 milioni di bambini e ragazzi, come si sentiranno i loro insegnanti? Secondo esperti e psicologi, molti di loro – allievi e docenti – non saranno ben disposti.
Lo stress degli studenti, disturbi e soluzioni
Diversi studenti, ad esempio, potrebbero farsi prendere dal ‘back to school blues’, la malinconia da rientro che può trasformarsi in alcuni casi in ansia che nei più piccoli può manifestarsi con la difficoltà a separarsi da mamma e papà, nei più grandi con ansia da performance scolastica: uno stato d’animo che potrebbe produrre irritabilità, troppa sensibilità emotiva e problemi di concentrazione. Ma anche mal di pancia, nausea, cefalea, stanchezza, disturbi del sonno o riduzione dell’appetito.
Chiara Cattaneo, dell’Istituto Superiore di Sanità, interpellata dall’Ansa, ritiene che si tratti di una fase di adattamento che è possibile superare con alcune strategie mirate, a cominciare dal ripristino delle routine nei giorni precedenti l’avvio dell’anno scolastico: ricominciare ad andare a letto e svegliarsi presto, limitando l’uso di schermi specie nelle ore serali, anche preparare insieme il materiale scolastico può funzionare da anti-stress. Andrebbero messi sotto controllo anche l’alimentazione, il riposo adeguato, i pasti (sani e regolari) rendono meno vulnerabili a stress, irritabilità e difficoltà di concentrazione.
Lo stress dei docenti: “ripensare ritmi e modalità di lavoro”
Anche gli insegnanti hanno bisogno di un periodo di riadattamento. Per tutti i lavoratori, scrive l’Adnkronos, “il ritorno al lavoro dopo la pausa estiva può rappresentare uno dei momenti più delicati dell’anno, soprattutto quando il passaggio dai ritmi delle vacanze alla routine professionale avviene da un giorno all’altro”.
Secondo Sesame Hr, piattaforma tecnologica europea per la gestione digitale delle risorse umane, “il rientro può invece diventare l’occasione per ripensare ritmi e modalità di lavoro. Uno degli errori più comuni al rientro è affrontare contemporaneamente arretrati, nuovi progetti e attività ordinarie, trasformando le prime giornate di settembre in una maratona. Meglio prevedere un rientro progressivo, iniziando dalla revisione delle attività in sospeso e distinguendo ciò che è urgente da ciò che può attendere”.
“Settembre porta spesso con sé una forte spinta alla ripartenza: nuovi obiettivi, nuovi progetti, nuove riunioni”. L’ideale è conservare sempre “una quota di flessibilità: il passaggio netto dalla libertà delle ferie a giornate nuovamente scandite da orari rigidi può rendere il rientro più pesante. La possibilità di conciliare meglio esigenze personali e professionali rappresenta uno degli elementi alla base di un maggiore equilibrio tra vita privata e lavoro e può contribuire a limitare stress e sovraccarico nel corso dell’intero anno”.
Sull’approccio si può lavorare
Nella scuola, certamente, tutto questo è possibile parzialmente, poiché orari e impegni quotidiani risultano tutti immediati e full time, ma sull’approccio si può lavorare.
Occorre anche “non trasformare il rientro in una reperibilità permanente: durante le ferie si prova – almeno idealmente – a disconnettersi. Al rientro, invece, smartphone, e-mail e notifiche tornano rapidamente protagonisti, con il rischio di passare da una condizione di pausa a una di iperconnessione”. Perché “equilibrio vita-lavoro, pause e politiche di flessibilità rappresentano elementi importanti anche nella prevenzione dello stress e del burnout”.
Secondo Vincenzo Barretta, psichiatra e direttore scientifico del Centro Noesis di Napoli, la sindrome da rientro “non è una diagnosi: è il conto di un’estate in cui non ci siamo mai assentati”.
La sindrome, ricorda lo psichiatra sempre all’Adnkronos, “non compare in alcun sistema diagnostico riconosciuto, e non per una svista dei classificatori: il riadattamento a una routine dopo un’interruzione è un processo ordinario, con una fisiologia propria e una durata breve”.
Sta male di più chi non ha mai “staccato”
Un processo, però, non sempre agevole. “Le ferie hanno funzionato storicamente come discontinuità, un intervallo in cui il contesto lavorativo diventava temporaneamente irraggiungibile. Quella condizione è largamente venuta meno: la posta resta consultabile, le conversazioni professionali proseguono sulle stesse applicazioni e sugli stessi social che ospitano quelle familiari, la reperibilità si frammenta in micro-intrusioni che nessuno contabilizza”, ma che incidono.
“Chi torna stanco da due o tre settimane di ferie – continua il direttore scientifico del Centro Noesis – non ha un disturbo. Ha una vacanza che non è mai cominciata. Ad agosto possiamo cambiare luogo, ma non cambiamo ambiente. Quello in cui si svolge gran parte della nostra vita lavorativa e relazionale è un ambiente immateriale che non ha coordinate geografiche, si sposta con noi, e nessun chilometro lo attenua. Chi rientra da tre settimane di connessione ininterrotta non sta reagendo male al ritorno, sta registrando tutto insieme il costo di una continuità che non ha mai interrotto”.
Da qui una riformulazione della domanda pubblica che Barretta considera più utile di ogni decalogo sul rientro graduale. “La questione non è come sopravvivere a settembre, ma se siamo ancora capaci di andarcene”.
Per lo psichiatra un aspetto fondamentale è “riconoscere la disconnessione come diritto inalienabile” restituendo “alle ferie e al fine giornata la sostanza che avevano: non un permesso a rispondere più lentamente, ma la garanzia che ci sia un tempo in cui nessuno è raggiungibile“.
Dunque, conclude Barretta, “accanto al diritto serve un’educazione al benessere che comprenda il benessere digitale, e che parta dalla scuola e dai contesti familiari prima ancora che dai luoghi di lavoro. Solo così la salute emotiva e comportamentale smette di essere una questione individuale di resistenza e torna a essere ciò che è: una responsabilità collettiva”.
C’è chi arriva a pensare alle dimissioni
In alcuni casi, lo stress da rientro al lavoro a settembre può portare a conseguenze estreme: le dimissioni. Secondo Sparq, società specializzata nelle decisioni che riguardano il lavoro, questo tipo di decisioni, però, “non nascono durante le ferie: sono il risultato di decisioni maturate nei mesi precedenti. Chi presenta le dimissioni a settembre o avvia iter di selezioni esterni aveva spesso iniziato ad allontanarsi dall’organizzazione molto prima: la pausa estiva interrompe la routine e crea semplicemente lo spazio per trasformare una decisione già presa in un’azione concreta”.
Secondo State of the Global Workplace 2025 di Gallup, “in Europa solo il 13% dei lavoratori si dichiara realmente coinvolto nel proprio lavoro, percentuale che in Italia scende all’11%, mentre circa il 30% afferma di essere alla ricerca o di valutare attivamente nuove opportunità professionali. Le dimissioni vengono spesso percepite come un evento improvviso, quando in realtà i segnali erano presenti da tempo”.
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