Prima ancora che si spenga la fabbrica, rischia di spegnersi una parte del lavoro che le ruota intorno. Sono 2.500 i lavoratori dell’indotto ex Ilva per i quali Aigi ha annunciato l’avvio delle procedure di licenziamento collettivo. È il nuovo fronte della vertenza che oggi ha portato Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm Uil e Usb a presentarsi insieme, nella sede dei metalmeccanici di Taranto, per chiedere di fermare le procedure e soprattutto per sollecitare al governo una risposta sul futuro dell’acciaieria.
La conferenza stampa congiunta si è svolta alla vigilia di due giornate decisive: l’8 settembre il confronto a Palazzo Chigi e il 9 settembre l’udienza sulla richiesta di sospensiva della chiusura dell’area a caldo. Due appuntamenti dai quali il sindacato si attende una svolta, perché l’incertezza sul destino produttivo dello stabilimento si sta già trasformando in una minaccia concreta per l’occupazione delle aziende dell’appalto.
Il primo bersaglio delle organizzazioni sindacali è stato proprio Aigi. «Chiediamo ad Aigi di ritirare immediatamente i licenziamenti e di attendere l’incontro di martedì a Palazzo Chigi», ha detto Luigi Bennardi, segretario della Uilm Taranto. La richiesta, ha spiegato, è arrivata dopo che le organizzazioni sindacali avevano chiesto alle associazioni datoriali di «soprassedere con l’invio delle procedure e delle informative per il licenziamento collettivo».
Aigi, invece, ha deciso di andare avanti. Una scelta che per i sindacati rappresenta «una fuga in avanti», perché arriva mentre il confronto istituzionale sul futuro dell’ex Ilva deve ancora entrare nella fase decisiva.
Bennardi ha spiegato che la conferenza è servita a «lanciare un grido d’allarme per quanto riguarda la situazione di Taranto, che ormai è sull’orlo di una bomba sociale». Il segretario Uilm ha richiamato anche il piano straordinario discusso al ministero delle Imprese e del Made in Italy e ha sottolineato la necessità che la tutela riguardi l’intera filiera. «Le organizzazioni sindacali hanno chiesto la tutela di tutti i lavoratori: Acciaierie d’Italia, Ilva in amministrazione straordinaria e appalto, che è la parte sempre maggiormente esposta», ha osservato.
Il problema, dunque, non è soltanto quello dei 2.500 posti messi a rischio. Per il sindacato il numero potrebbe essere destinato a crescere se non verrà definito rapidamente un quadro industriale. E proprio su questo punto Biagio Prisciano, segretario generale della Fim Cisl Taranto-Brindisi, ha indicato l’indotto come «l’anello più debole della catena».
Prisciano ha però chiarito che chiedere continuità occupazionale non significa difendere il vecchio modello produttivo. «Non siamo per mantenere il ciclo a carbone, ma per passare dal ciclo a carbone al ciclo elettrico, attraverso forni elettrici e la produzione di acciaio green, senza far ammalare né chi sta all’interno della fabbrica né chi sta all’esterno», ha sottolineato.
La transizione, però, secondo la Fim deve essere accompagnata da certezze e investimenti. «Ci devono spiegare quello che il governo intende fare di questo stabilimento», ha detto Prisciano, evidenziando che il futuro della fabbrica non può essere separato da quello delle imprese che lavorano al suo interno.
E sui 2.500 licenziamenti annunciati da Aigi ha lanciato un avvertimento: «Questo è solo l’inizio». Prisciano ha denunciato l’assenza, a suo giudizio, di «una cabina di regia» e di «un’assunzione di responsabilità da parte di tutte le istituzioni, di tutta la politica».
Per il segretario della Fim servono «la messa in sicurezza dei lavoratori», strumenti straordinari e soprattutto «una clausola sociale di salvaguardia per i lavoratori dell’appalto e dell’indotto». Senza questi interventi, ha aggiunto, «continueremo ad accumulare problemi». E il rischio è che «a pagare le conseguenze siano poi i lavoratori».

Il tempo, intanto, corre anche sul fronte produttivo. Francesco Brigati, segretario generale della Fiom Taranto e Puglia, ha sottolineato che la questione giudiziaria non può essere considerata separatamente dalle condizioni concrete dello stabilimento. «Anche in caso di sospensiva lo stabilimento rischia di chiudere», ha detto.
Brigati ha osservato che «non ci sono risorse finanziarie affinché, se dovesse determinarsi la sospensiva rispetto a quanto è stato deciso dalla Corte d’Appello di Milano, comunque lo stabilimento possa continuare». E ha posto l’accento sulla disponibilità di materie prime: «Non sono in arrivo navi di minerali nelle prossime settimane, nei prossimi mesi».
Secondo il segretario Fiom, la situazione potrebbe consentire di andare avanti soltanto «entro la fine del mese e i primi di ottobre». Un orizzonte temporale che rende ancora più urgente, secondo il sindacato, una decisione politica.
«Il governo più longevo della storia repubblicana aveva la possibilità di intervenire e aveva cinque anni per poter programmare il futuro dell’ex Ilva e non lo ha fatto», ha accusato Brigati. E ha respinto l’idea di attribuire alla magistratura la responsabilità dell’attuale situazione: «Credo che ci sia una responsabilità molto grande da parte del governo perché, in presenza di una condizione di quel tipo, comunque stanno decidendo».
Il segretario Fiom ha ricordato inoltre che il tema dell’indotto era già emerso con forza nello sciopero del 3 agosto. «La procedura di licenziamento collettivo che riguarderebbe 2.500 lavoratori dell’indotto, paventata da Aigi, è qualcosa che avevamo già annunciato», ha spiegato. Per la Fiom, quindi, quello che sta accadendo non è un episodio isolato, ma l’effetto di una crisi industriale che rischia di propagarsi ben oltre i cancelli dell’acciaieria.
Anche l’Usb ha chiesto che il vertice di Roma produca risposte concrete. Rizzo ha indicato come priorità «le garanzie per i lavoratori, che devono essere garanzie concrete». Il dato dei 2.500 licenziamenti, ha sottolineato, «è un elemento che rischia di innescare un’escalation sociale molto complicata da gestire».
Rizzo ha inoltre contestato l’ipotesi di una continuità limitata alla sola area a freddo. «Mantenere la sola area a freddo in uno stabilimento a ciclo integrale è un controsenso», ha osservato, ricordando la necessità di grandi quantitativi di bramme. Per questo, ha aggiunto, quella prospettiva appare «più uno specchietto per dare una speranza che in realtà in questo momento non abbiamo».

Alla fine, le quattro organizzazioni hanno consegnato un messaggio unitario: fermare i licenziamenti dell’indotto e arrivare al tavolo del governo con una prospettiva industriale precisa. «Servono decisioni chiare e definitive sul futuro di migliaia di lavoratori di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, dell’Ilva in amministrazione straordinaria e dell’indotto», hanno ribadito.
Una richiesta che, dopo le settimane dei Giochi del Mediterraneo, assume anche un valore simbolico per la città. «Taranto ha dimostrato di saper fare squadra, ora Governo, istituzioni e imprese devono dimostrare di saper fare squadra per difendere i lavoratori e il lavoro», hanno affermato i sindacati. Poi la chiosa: «I Giochi del Mediterraneo sono finiti. Adesso basta giochi sulla pelle dei lavoratori».
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link



