Nuove imprese, vecchio nodo demografico: “Con l’economia del mare la Spezia cambia pelle, ma la crescita insegue i lavoratori”


Nelle prossime settimane, l’estate si lascerà alle spalle gli ultimi giorni di sole, ma per l’economia locale è già tempo di guardare oltre presenze, consumi e fatturato, il core business della stagione turistica. Settembre, che rimane comunque mese importante anche per il comparto dell’accoglienza, segna storicamente un passaggio cruciale: le imprese tornano a fare i conti con una quotidianità meno legata ai flussi estivi e si preparano ad affrontare un autunno e un inverno che porteranno con sé nuove sfide, ma anche opportunità da cogliere. Non che manchino le incertezze, specialmente in un transitorio periodo di cambiamento che parte da lontano e soprattutto, sempre più, mischia l’economia mondiale con quella della porta accanto. Qual è, dunque, lo stato di salute dell’economia del territorio? Quali segnali arrivano dalle imprese e quali sono i settori che possono trainare la ripartenza? E soprattutto, quali sono le partite sulle quali sarà necessario mantenere alta l’attenzione nei prossimi mesi. Città della Spezia incontra Marco Casarino, segretario generale della Camera di Commercio Riviere di Liguria, per tentare di rispondere a queste e altre domande partendo dallo stato dell’arte: dove sta correndo l’economia spezzina e dove, invece, sta rallentando. “Non abbiamo un’economia che cresce o arretra, bensì un’economia che sta cambiando pelle. Il motore è tutto ciò che ruota intorno all’economia del mare dove nautica, cantieristica, portualità, subacquea, logistica e tutte le attività collegate rappresentano il perno della crescita spezzina. Crescono i servizi che riguardano comparti diversi come turismo, servizi alle imprese, attività professionali, servizi alla persona. Nella filiera dei servizi la silver economy rappresenta una delle opportunità. A soffrire è il commercio al dettaglio tradizionale, specie nei quartieri e nell’entroterra schiacciato dall’e-commerce. Soffrono anche l’agricoltura, soprattutto per le difficoltà inerenti dimensione aziendale e ricambio generazionale, e il manifatturiero tradizionale non legato all’indotto nautico o alla difesa. Nel 2025 le imprese in provincia della Spezia erano 20.632, con saldo positivo di 197 unità e una crescita complessiva dello 0,96%: dato che evidenzia una economia che tiene e cresce. Una conseguenza del contesto geopolitico è la crescita dell’industria della difesa nazionale, che vede La Spezia uno dei centri principali.

Si parla spesso di mismatch. Quali competenze mancano alle imprese e rischiano di frenare la crescita?
“Nel 2025 le imprese spezzine prevedevano 20.870 assunzioni. Il 46% delle figure richieste era di difficile reperimento. Dato, questo, che la nostra analisi Excelsior sui fabbisogni occupazionali ogni mese conferma. Nella maggior parte dei casi dipende dall’assenza di candidati a ricoprire quel posto. Tre, per motivi diversi, sono gli ambiti dove questa assenza di figure rappresenta una criticità: nel turismo, dove esiste un problema di remunerazione del lavoro, nell’ambito tecnico, dove mancano le specializzazioni, e nel campo delle elevate competenze connesse a digitalizzazione e transizione energetica: qui si sconta una lentezza da parte delle imprese ad affrontare le nuove sfide del digitale e del sostenibile nonché la difficoltà del sistema dell’istruzione e formativo nel preparare personale qualificato. Un dato è particolarmente significativo: tra i diplomati, trasporti e logistica hanno una difficoltà di reperimento del 65%, tra le qualifiche professionali, quella meccanica arriva al 67,1%. Non sono quindi disponibili persone e competenze proprio mentre l’industria, la nautica e i filoni di maggior sviluppo ne hanno sempre più bisogno.”

Quali sono i settori emergenti che cinque anni fa erano marginali e oggi iniziano a diventare parte dell’economia reale?
“Più che di attività completamente nuove, parlerei di ibridazione: sempre più spesso, cioè, una nuova impresa nasce dall’incrocio fra settori diversi. Oggi vediamo la crescita di imprese che cinque anni fa erano marginali: penso ai servizi digitali, alla cybersecurity, alla gestione dei dati, al digital marketing, ai servizi tecnologici per le imprese, alle applicazioni dell’intelligenza artificiale. Le imprese spezzine, negli ultimi anni, hanno aumentato gli investimenti proprio in questi campi. Poi c’è tutto ciò che ruota intorno alla blue economy con attività innovative legate alla nautica, alla sostenibilità ambientale, al turismo esperienziale. Un’opportunità rilevante, che per ‘dirompenza’ potremmo definire nuova, è quella generata dall’invecchiamento della popolazione che richiede attività legate a servizi sanitari, assistenziali e di svago classificate come silver economy. In generale assistiamo ad una crescita che vede la nascita di molte piccole imprese specializzate: ad esempio, il settore delle attività professionali, scientifiche e tecniche aveva già mostrato nel 2024 una crescita del 3,2% e, all’interno di questo comparto, vanno aumentando in modo significativo la consulenza gestionale e le attività pubblicitarie e di ricerca di mercato”.

Chi sono i nuovi imprenditori spezzini?
“Non esiste più un solo modello di “imprenditore spezzino”. Abbiamo imprenditori tradizionali che stanno cercando di trasferire l’azienda alla generazione successiva, giovani che costruiscono nuove attività nei servizi e nella tecnologia, donne che entrano sempre più nel mondo imprenditoriale e una componente straniera che assume un ruolo crescente. Questo dato è da leggere con attenzione: circa 3.300 sono le imprese individuali con titolare straniero: non è più soltanto una presenza nel lavoro dipendente, ma sempre più spesso una presenza nel lavoro autonomo e nell’impresa. Le imprese giovanili, invece, sono in calo: il ricambio generazionale non è sufficientemente forte per compensare l’invecchiamento della popolazione. Spesso le nuove imprese sono condotte da persone over cinquanta. E questo, a mio avviso, è uno dei temi chiave: non possiamo limitarci a chiederci quante sono le nuove imprese ma dobbiamo chiederci chi le guiderà fra dieci o vent’anni”.

L’imprenditoria femminile sta guadagnando terreno? Quali segnali arrivano dal territorio?
“Sì, le imprese femminili sono in crescita costante e rappresentano circa un quinto del totale provinciale. Oltre a crescere, l’imprenditoria femminile si sta diversificando. Le donne sono molto presenti nei servizi, nel turismo, nel commercio, nelle attività professionali, nei servizi alla persona e nell’ambito socio-sanitario dove le imprese femminili rappresentano il 42%, contro il 26% degli altri comparti. Ma sarebbe riduttivo parlare di un’imprenditoria legata solo ai settori “tradizionalmente” femminili. Alla Spezia ci sono infatti sempre più donne con competenze scientifiche elevate che guidano imprese del comparto scientifico e tecnico: questo è un cambiamento culturale prima ancora che economico. Le imprese femminili attive alla Spezia sono 4.576, in crescita. L’incidenza delle imprese femminili sul totale imprese registrate in provincia della Spezia (25,6%) è superiore sia al livello regionale (22,1%) che a quella nazionale (22,3%). Spezia è in controtendenza positiva rispetto a Liguria e Italia. Le donne occupate crescono alla Spezia del 5,6 per cento in un anno, tre volte più della media italiana ma resta la sfida aperta della disoccupazione con il 62% dei disoccupati che è donna. In generale il quadro è da leggere positivamente ma rimane l’urgenza di investire in politiche di sostegno a supporto delle donne lavoratrici”.

Se avessi 100.000 euro da investire alla Spezia, dove li dovrei mettere?
“Cercherei un’impresa che si inserisca in una filiera già forte e in crescita: economia del mare, nautica, portualità, subacquea, servizi tecnologici alle imprese, servizi alla persona, turismo di qualità e silver economy. Cercherei un’attività specializzata, magari piccola ma con un mercato anche fuori provincia. La Spezia è una provincia di dimensioni contenute: se costruisco un’impresa che vive esclusivamente del mercato locale, ho un limite naturale alla crescita. Dove sarei più prudente? Nell’attività commerciale indistinta, senza una specializzazione o un elemento che la renda diversa dalle altre. Il futuro appartiene alle imprese che acquisiscono conoscenza e quindi riescono a vendere competenza, non semplicemente un prodotto”.

Quanto pesa l’invecchiamento della popolazione sulla competitività del sistema economico locale?
“Quasi tutti quelli che hanno bisogno di molti lavoratori, preferibilmente giovani e qualificati: industria, turismo, ristorazione, costruzioni, nautica, logistica. Meno giovani significa anche contrazione dei consumi di fascia giovanile. La variabile demografica è tra le sfide economiche dei prossimi dieci anni: la Spezia ha infatti un indice di vecchiaia molto elevato, di 263,9: significa circa due persone e mezzo ultrasessantacinquenni per ogni ragazzo tra 0 a 14 anni. Nel 2050, per rendere meglio l’idea, ci saranno 3 spezzini over 65 per ogni ogni giovane 0-14. Le conseguenze più rilevanti saranno: la difficoltà a mantenere l’attuale sistema di welfare, leggi pensioni e sanità, la scarsità di forza lavoro, l’impatto sulla qualità ed il volume dei consumi. L’invecchiamento crea comunque anche opportunità, come detto, dallo sviluppo della silver economy. Il settore socio-sanitario spezzino conta circa 2.300 dipendenti e la domanda è sostenuta proprio dall’invecchiamento della popolazione. L’invecchiamento non è quindi soltanto un problema demografico, porta con sé una trasformazione significativa dell’economia del territorio”.

La Spezia rischia di avere più imprese che cercano lavoratori dei giovani disponibili?
“Sì. E questo, secondo me, è il vero tema. Il rischio per la nostra realtà non è semplicemente quello di avere meno giovani. È quello di avere posti di lavoro senza lavoratori che li possano occupare. Le aziende spezzine rischiano di trovare sempre meno candidati non solo per mancanza di competenze specifiche, che è altro tema, ma proprio per un numero mancante di persone in età lavorativa. Da qui la sfida: rendere il territorio attraente per restare a vivere e lavorare, offrendo salari competitivi, alloggi accessibili e servizi alle famiglie. Tre i fronti su cui lavorare contemporaneamente: formazione, attrazione di giovani e attrazione di lavoratori dall’esterno. Parlando di lavoro, c’è una domanda che ancora non mi ha fatto cui vorrei rispondere: l’impatto dell’Intelligenza Artificiale”.

Giusto, cosa dobbiamo aspettarci?
“Ci sarà una ristrutturazione dell’organizzazione del lavoro caratterizzata principalmente da due dinamiche: la polarizzazione dell’occupazione (espansione delle posizioni apicali e delle mansioni basilari) e l’erosione delle qualifiche intermedie, l’utilizzo di robot ed umanoidi nella produzione industriale. Questo influirà sulle variazioni reddituali, con probabile accelerazione delle disparità con effetti sociali da dover considerare. Secondo il Report 2025 del World Economic Forum, si parla del fenomeno della “job disruption” (sconvolgimento occupazionale): entro il 2030 sei lavoratori su dieci avranno bisogno di upskilling (formazione permanente), perché il 39% delle competenze attuali saranno da considerarsi obsolete. Si tratta quindi di un cambiamento epocale. Non è un caso che a distanza di 135 anni dall’enciclica di Leone XIII, la Rerum Novarum, in piena rivoluzione industriale, un altro Papa, Leone XIV ha scritto una nuova enciclica, la Magnifica Humanitas, in piena rivoluzione digitale”.

Nei prossimi dieci anni la sfida sarà il capitale umano: avremo abbastanza giovani e competenze per sostenere la crescita dell’economia spezzina nell’era dell’intelligenza artificiale?”
“Io penso che la Spezia non soffre oggi di mancanza di opportunità economiche. La vera domanda è se nei prossimi dieci anni riusciremo ad avere abbastanza giovani, competenze e talenti per sostenere la crescita che mare, turismo, industria e silver economy stanno generando. Il tutto “nel tempo dell’intelligenza artificiale”.


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