Caro affitti 2026, la tassa occulta sugli stipendi: Milano al 76%


Non compare nella busta paga, non ha un’aliquota e non viene riscossa dallo Stato. Eppure per milioni di italiani funziona come una tassa: è il prezzo necessario per poter abitare nel luogo dove esistono lavoro e opportunità. La si potrebbe chiamare “tassa occulta dell’abitare”. A fotografare lo squilibrio è il Country Report Italy 2026 della Commissione europea: a Milano il canone di un appartamento di 60 metri quadrati arriva a pesare per il 76% sulla retribuzione, a Roma per il 65% e a Bologna per il 48%. Sono stime di Cassa Depositi e Prestiti riprese da Bruxelles, riferite ai lavoratori dipendenti del settore privato non agricolo e considerate indicative dalla stessa Commissione. Non significa che ogni milanese consegni al proprietario il 76% della propria busta paga. L’indicatore mette in rapporto canoni e retribuzioni e misura qualcosa di diverso: quanto è difficile entrare oggi nel mercato della locazione con lo stipendio che quella stessa città offre.

È qui che il caro-affitti smette di essere soltanto un problema sociale e diventa economico. Bruxelles avverte che nelle aree metropolitane del Centro-Nord gli affitti sono sproporzionatamente elevati rispetto a salari e produttività e che questo può «ostacolare la mobilità del lavoro e contribuire alla carenza di lavoratori». È il passaggio forse più importante del rapporto: la casa non determina più soltanto dove possiamo vivere, ma anche quali lavori possiamo permetterci di accettare.

Il meccanismo è semplice. Un infermiere trova un posto a Milano, un insegnante a Bologna, un giovane laureato a Roma. Ma una parte della convenienza economica del nuovo lavoro viene divorata dal costo necessario per trasferirsi. E questa tassa non colpisce tutti allo stesso modo.

In Italia soltanto il 24,1% delle famiglie vive in affitto, contro il 31,6% nell’Unione europea. Ma tra le famiglie sotto il 60% del reddito mediano la quota degli affittuari sale al 63,7%, secondo la Commissione europea. Chi possiede già una casa è largamente protetto dall’aumento dei nuovi canoni. Chi deve entrare oggi nel mercato no. Giovani, studenti, lavoratori fuori sede, separati, immigrati e famiglie prive di patrimonio immobiliare sono i contribuenti involontari della tassa occulta.

Tra gli affittuari italiani il 19,4% si trova già in una condizione di “housing cost overburden”, cioè sostiene costi abitativi superiori alla soglia europea di sostenibilità. Le famiglie in affitto destinano mediamente al solo canone il 20,2% del reddito disponibile; tra quelle sotto la soglia di povertà si arriva al 31,1%. In circa una provincia italiana su dieci gli affitti superano un terzo della retribuzione media.

E questo in un Paese che ha costruito per decenni la propria sicurezza abitativa intorno alla proprietà. Insomma, un paradosso. La casa ha funzionato come un gigantesco ammortizzatore familiare. Ma funziona finché non bisogna muoversi. Ed è proprio qui che la risposta pubblica mostra la sua debolezza. La Commissione calcola che l’Italia destini alla protezione sociale legata all’abitazione appena lo 0,04% del Pil, contro lo 0,3% della media europea. Quasi otto volte meno. Lo stock di edilizia sociale è basso, le liste d’attesa lunghe e l’offerta di abitazioni accessibili ancora insufficiente. Persino i contratti a canone concordato, osserva Bruxelles, in alcune città sono arrivati a livelli vicini a quelli del mercato.

Come si abbassa allora questa tassa? Non necessariamente imponendo per legge affitti più bassi. La prima leva: aumentare l’offerta di abitazioni accessibili proprio dove esiste lavoro. Il Piano Casa del governo punta a rendere disponibili circa 100 mila alloggi in dieci anni con il recupero del patrimonio pubblico, l’edilizia sociale e altri interventi. Il governo indica in oltre 10 miliardi di euro le risorse pubbliche complessivamente messe a disposizione attraverso i diversi strumenti del Piano. Il programma straordinario per il recupero e la manutenzione dell’edilizia residenziale pubblica e sociale dispone invece direttamente di 970 milioni tra il 2026 e il 2030. Circa 60 mila alloggi dovrebbero arrivare dal recupero di case popolari che necessitano di ristrutturazione. Ma il numero nazionale dice poco: quanti di quegli alloggi arriveranno a Milano, Roma, Bologna, Firenze e Torino, in quali quartieri, a quale canone e soprattutto quando. La seconda leva: rimettere sul mercato il patrimonio inutilizzato, pubblico e privato. La terza: rendere più conveniente per il proprietario scegliere l’affitto lungo a prezzo sostenibile: meno tasse in cambio di un canone inferiore al mercato e maggiori garanzie contro morosità e danni. La quarta leva riguarda gli affitti brevi, soprattutto dove riducono l’offerta residenziale. Secondo la Commissione pesano per il 12% dello stock disponibile a Firenze, l’11% a Venezia, il 6% a Milano e il 4% a Roma, escluse le abitazioni principali.

Milano, intanto, ha trasformato il problema in una soglia quasi fiscale. A giugno il Comune ha stanziato 2 milioni di euro per aiutare giovani lavoratori che destinano oltre il 30% del reddito netto mensile all’affitto. Il contributo può raggiungere 2.400 euro. Il Comune spiega «che la misura nasce per sostenere lavoratori che, pur avendo un impiego, faticano a restare in città perché il costo dell’affitto assorbe una quota non sostenibile del reddito». E così la casa diventa un’infrastruttura economica: se infermieri, insegnanti e dipendenti non riescono a trasferirsi, il problema investe anche ospedali, scuole e imprese. La questione diventa allora quanto le politiche abitative riusciranno a ridurre lo squilibrio tra canoni e retribuzioni nelle città dove oggi è più forte.


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